Asia/India/Viaggio/Volontariato

Perchè in India?

di Matteo Tomasina

Le risposte all’affermazione “vado in India” sono solitamente di due tipi: o di incipiente ammirazione e curiosità, oppure di poco lusinghiero disappunto, per non dire disprezzo. L’India sembra piacere o non piacere, e devo dire che mi conforta l’idea che alla diffidenza di chi non c’è mai stato si contrappone solitamente l’entusiasmo di chi l’ha già visitata. Inoltre, ho scoperto in questi giorni, l’India ha molti visitatori recidivi – persone che ci sono state anche più di dieci volte, o viaggiatori appena tornati e che già ripartirebbero.

Nessuno che sia stato in India sostiene che essa possa essere serenamente etichettata come “paese in via di sviluppo”, “più grande democrazia del mondo”. L’esperienza di ogni giorno sembra contraddire l’ottimismo dei dati economici, e la povertà e la sofferenza sono visibili a tutti in mezzo alla strada. Uno dei commenti più supponenti che ho ricevuto negli ultimi giorni è stato “Io là non ci vado perchè vedrei solo della povertà”, e l’associazione tra India e disperazione rieccheggia nel romanzo “L’odore dell’India” di Pierpaolo Pasolini.

Ma non è possibile ridurre tutto un paese alla sua condizione sociale ed economica, o tecnologica. Bisogna guardare in faccia la realtà, anche nei suoi aspetti più spiacevoli, ma bisogna anche chiedersi perchè un paese come l’India attira milioni di visitatori ogni anno, al di là delle condizioni e gli imprevisti che questi possono trovare una volta arrivati. Si visita l’India perchè ha un patrimonio culturale millenario? Forse, ma non tutti certo si immergono dalla mattina alla sera in corsi di Yoga ed Ayurveda, o leggono le Upanishad. In India si va a caccia di momumenti o paesaggi naturali? Certo, ma non tutti sembrano interessati alla storia dell’arte indiana, e di meraviglie ecologiche ce ne sono un pò ovunque.

Si parte forse per una certa suggestione di spiritualità e misticismo che la cultura indiana ancora esercita, per la ricerca di una sorta di illuminazione o almeno più chiara visione delle cose? E’ difficile trovare chi crede ancora a questi stereotipi, qualche seguace ancora ingenuo dell’orientalismo (anche se in realtà qualcuno ancora lo si trova). Ma forse è un’indicazione che non ci mette del tutto sulla cattiva strada, se la consideriamo nel senso più vasto di ricerca di un modo diverso di vivere. Su questo piano, che cioè in Estremo Oriente sia ancora possibile trovare valori, credenze, e vite molto diverse dalla nostra, siamo ancora persuasi. Indipendentemente che ad esse si dia poi caratterizazzione negativa o positiva. Questo non vale solo per la spiritualità e la religione: basta leggere le pagine del laicissimo Federico Rampini (La Speranza Indiana, Mondadori) per sentire parlare del’India come esempio di cultura della tolleranza, dell’armonia uomo-natura, dell’animalismo, come raro esempio di paese in via di sviluppo democratico. E per vederla additata come segno di una “diversa via” che il mondo dovrebbe percorrere.

Il viaggio in India è indubitabilmente uno degli itinerari alla scoperta dell’altro per eccellenza, mutato per alcuni anche in viaggio di ricerca interiore.

Io non parto con grandi risposte, o conoscenze molto particolari riguardo l’India (sicuramente c’è chi ha letto e sentito molto più di me anche se poi non ci andrà mai). Mi porto un bel bagaglio di domande, qualche suggestione e una certa dose di ingenuità. Cercherò di vivere per alcune settimane a Hyderabad, la settima metropoli dell’India, nello stato dell’Andhra Pradesh, nell’India del sud. Un luogo non molto turistico, che alcune guide, anche molto belle come la Polaris, si sentono tranquillamente di ignorare, e che la Lonely Planet invita ad esplorare con una certa pazienza, alla ricerca di un fascino misterioso e non immediato. Lavorerò con una Ong che si occupa di educazione dei minori, e l’insegnamento riguarderà inglese, informatica, norme igieniche di base e sensibilità culturale. Sarà un lavoro svolto per la maggior parte nelle scuole rurali. Ma ho l’impressione che vado a imparare molto più di qualunque cosa posso trasmettere.

Di recente un’amica mi ha chiesto “come si organizza un’esperienza del genere”, e devo dire che in realtà non è poi così complesso. Basta avere qualche soldo da parte, e trovare una buona organizazzione (e anche poca fretta di cominciare la specialistica all’università, magari). Io devo ringraziare AIESEC, la più grande rete studentesca al mondo, e il suo Global Development Programme che offre stage di volontariato e cooperazione in tutto il mondo (http://www.aiesec.org/). Basta decidersi a fare un piccolo salto iniziale, e poi il resto vien da sé.

Matte

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