Asia/India

Hyderabad

di Matteo Tomasina

Hyderabad come se ne sente parlare è una città ricca, legata da sempre al commercio. Se gli europei ne la conoscevano prima della colonizazzione dell’India, era certamente per lo scambio di pietre preziose, perle in particolare. La fama di Hyderabad è quindi quella di città orientale ricca e lussuosa. Ma questa abbondanza, se esiste ancora, come è distribuita? Essere una delle punte dell’India per prodotto interno lordo dice poco sulle reali condizioni sociali.

La città doveva la sua fortuna e il suo passato leggendario alle miniere di Golconda poco distanti, dove sorgeva anche il precendete centro urbano e dove si stendono tuttora le rovine di un forte monumentale, una delle più famose attrazioni della regione. Nonostante si debba associare a un ricco e vivace regno, il nome di Golconda è passato nella cultura popolare anche italiana per assonanze gotiche e demoniache (perfino nei Dylan Dog di Sclavi).

Dalle miniere di diamanti dell’allora dominio della dinastia mussulmana Qutb Shahi proviene anche la pietra della corona della regina d’Inghilterra, che come tutti i veri preziosi che si rispettino ha un nome proprio, orientale: Koh-i-Noor.

Esaurite probabilmente gran parte delle risorse minerarie, la città si è ritagliata un ruolo importante, insieme a Bangalore, come centro di sviluppo della nuova industria informatica indiana (la cosiddetta “Sylicon Valley” dell’Asia). Sono arrivati grossi investimenti, e i nuovi leaders, passata la moda di erigere mura e fortificazioni, hanno promosso la crescita di una cittadella tecnologica e dello sviluppo, la cosiddetta “HITEC City”. Pare di veder nascere una sorta di “Cyberabad”, come scherzano gli abitanti.

Dal punto di vista culturale, nel grande mosaico di lingue, popoli, religioni e costumi che costituiscono l’India moderna (un’unione di Repubbliche che prende un nome singolare solo con l’indipendenza del ’47, visto che gli inglesi avevano sempre parlato, forse non ha torto, di “Indie”) Hyderabad è una sorta di punto di incontro fra Nord e Sud, due realtà percepite come portatrici di grandi tradizioni differenti.

Hyderabad ha sviluppato una cultura propria, che risente molto dell’influenza musulmana sulla tradizione induista. Lo stato di cui è oggi capitale, l’Andhra Pradesh, ha una propria lingua ufficiale, il Telugu. Per le strade possono incontrarsi donne in Sari (il tipico abito indiano) o in Burqa, e dove non si sincretizzano le due culture e religioni sembrano convivere pacificamente. Il monumento simbolo della città è lo Charminar, una porta dall’aspetto trionfale solcata da quattro minareti. Ma al centro del grande lago Hussain Sagar (maggiore fonte di acqua dolce della città) si trova uno dei più grandi monumenti di Buddha esistenti (elemento che apre anche una finestra su una terza religione, il buddhismo). I diversi culti si affiancano e sono ancora molto sentiti. Dallo Charminar comincia ogni anno, il decimo giorno del primo mese del calendario islamico, una grande processione religiosa sciita di auto-flagellanti. Ma a Hyderabad si svolge anche una festa induista molto popolare, una sorta di carnevale al cui termine una coloratissima statua di Ganesh – il veneratissimo dio dalla testa di elefante “che rimuove gli ostacoli” – viene immersa ritualmente nell’acqua.

L’India (a distanza, ancora sulla base di letture) non da l’impressione di un paese totalmente avviato verso la modernità o ancora del tutto tradizionale e premoderno, ma di una realtà in cui quelli che noi pensiamo come diversi stadi temporali e di sviluppo (ad esempio i culti millenari e politeistici e l’HITEC City) sembrano affiancarsi e convivere, dove una fase non cancella o si sovrappone all’altra ma tutto viene assimilato e si mescola.

Per concludere, nonostante tutti questi elementi, e un centro ancora incastonato di  monumenti capolavoro dell’età regale, pare che ciò di cui gli Hyderabadi (così si chiamano gli abitanti) vanno più fieri sia… il cibo. La cucina tipica della regione, tra cui il “Byriani” di cui tutti parlano, è a base di pollo, spezie, pasta e latte. E poi i “caffè iraniani”, dove si trova il thè persiano, i “samosa” o i biscotti Osmania. Naturalmente, non manca l’importazione della cucina cinese, messicana e italiana.

Una città un pò per tutti: commercianti, industriali, antropologi – e buongustai.

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