Aeroporto/Asia/India

Stop in aeroporto

di Matteo Tomasina

“Qual è la sua data di rientro? Dov’è il biglietto di ritorno? Lei pensa di potere entrare in un paese senza sapere come tornare indietro?”. L’ufficiale dell’immigrazione mi ruggisce in faccia, sparando domande e rimproveri a raffica, mentre mi sventola davanti il modulo d’ingresso che ci è stato consegnato in aereo ed è necessario a formalizzare l’entrata in India. Come se le procedure del visto non bastassero, si devono ancora indicare il tipo di attivitià che si intende svolgere (dal turismo al volontariato), il luogo di pernottamento e i giorni di permanenza.

Da una piccola inezia si sta montando un caso. Si suppone che un membro della Ong debba venire a prendermi in aeroporto, anche se sono le tre di notte, e non so ancora dove sarà il luogo di permanenza. Lasciare bianca la casellina “residenza” è considerata una svista imperdonabile, e il fatto che io abbia scritto vagamente “Hyderabad” non è considerato un espediente per passarla liscia. L’errore è mio, ma mi aspettavo più flessibilità (o forse noncuranza). La burocrazia indiana conferma invece la sua fama di pignoleria. La prima cosa che il controllore dell’immigrazione vuole sapere con insistenza è dove andrò ad alloggiare, e il fatto che non sappia dirglielo scatena tutta una serie di altre domande. Mi controlla il numero di passaporto, ricalca su altre caselline le cose che ho già scritto, e infine mi chiede se so la data di rientro e se posso fargli vedere il biglietto.

Il biglietto di rientro non l’ho ancora comprato, e comunque non era richiesto per il visto. Più che fare vere domande, sembra stia recitando una sorta di formulario, ma lo fa ad alta voce e con tono aggressivo: “Come pensa di entrare in un paese senza biglietto di ritorno? E dov’è la sua associazione? Dov’è la lettera di ingaggio? Se io vado a Roma non mi serve il biglietto di ritorno?”. Gli rispondo stanchissimo che mi aspettano fuori, che il biglietto comunque non l’avrei mai portato con me e la lettera di ingaggio è nel bagaglio che ho imbarcato sull’aereo, quindi al di là del check point (purtroppo è vero). L’unica cosa che fa fede è il visto di volontariato, che non è forse la prova che ho già completato tutte queste procedure e tutto è in regola?

Continua a ripetere le sue domande, ma sembra disinteressarmi progressivamente alle mie argomentazioni. Si fa più distratto, borbotta qualcosa in hindi con un collega e un’altra impiegata si avvicina addirittura con un cellulare per fare sentire una suoneria con una musica di Bolliwood. Ormai sono l’unico rimasto fermo al controllo, tutto il resto dei passeggeri è già passato (per la maggior parte indiani, allo scalo di Doha c’è stata una sorta di smistamento per cui tutti i turisti occidentali hanno preso voli per Dehli e l’India del Nord). Penso a chi dovrebbe aspettarmi fuori dall’aereoporto, allo zaino che gira solitario sul nastro della consegna bagagli e che tutto questo comincia a innervosirmi. La mia unica difesa è fargli vedere che anche sul visto è scritto il nome dell’Ong dell’ingaggio (AIESEC Hyderabad), e poco conta che lui non la conosca.

All’improvviso, non per avermi ascoltato ma come se avesse finito di recitare una parte già compilata, l’ufficiale si rassegna e affera un timbro blu che stampa due volte sul passaporto. Ha scarabocchiato qualcosa lui sulla voce “residenza” e ha deciso di farmi passare. Non capisco la coerenza di tutto questo, ma me ne vado ringraziando. Gli auguro di farsi una gita a Roma, prima o poi.

Alla fine, sarà stato questo ritardo, o sarà forse per motivi che devo ancora scoprire, ma in aeroporto non c’era nessuno ad aspettare. Ero stato avvisato che era una cosa che poteva succedere.

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