Asia/India/Viaggio

Bestie, uomini e dei (parte 2)

di Matteo Tomasina

Io ed Elisa, l’altra volontaria di AIESEC, condividiamo un appartamento in una via piuttosto tranquilla, in un quartiere chiamato Mehdipatnam, caratterizzato da vie commerciali, un gran numero di istituti educativi e due grandi moschee, Azizia e Khaja Gulshan. Vicino alla stazione degli autobus c’è anche un bazar, dove si vende soprattutto frutta e verdura, chiamato Rythu.

Siamo, di fatto, in una delle zone a prevalenza mussulmana della città. Ciò non toglie che davanti a casa nostra ci sia anche un piccolo altare di Ganesh, colorato di rosso e bianco e da cui si accede attraverso un cortilino chiuso da un cancello, in cui sono statai fatti crescere alcuni alberelli. Davanti a casa passa tranquillamente anche qualche vacca bianca dalle lunghe corna, che si addormenta sulla carreggiata o bruca fra i rifiuti. Le vacche in India sono sacre per la religione induista, possono andare tranquillamente dove vogliono e per la maggior parte non hanno proprietari (cosa che stupisce me ma non gli indiani). A parte provocare qualche incidente d’auto, convivono tranquillamente nelle città con gli uomini, aggiungendo solo un altro pò di confusione alla vita già congestionata. Insieme a loro sono presenti un gran numero di cornacchie, animale che in India si trova ovunque, e che ha l’abitudine di portare via il cibo lasciato incustodito sui tavolini all’aperto o sui davanzali. Insieme a vacche e cornacchie, un gran numero di randagi, che non danno fastidio praticamente a nessuno, galline, e ogni tanto qualche gregge di pecore o capre che un pastore conduce fino in città, dove brucano tranquillamente il rampicante che cresce sui muri.

L’India è una gran commistione di bestie, uomini e dei, presenti ovunque e il cui intreccio costante e fortissimo è continuamente visibile. Ogni cosa sembra ricollegarsi all’intuizione fondamentale del pensiero religioso e filosofico indiano, per cui tutto è uno e niente è realmente separabile dal resto.

Tornando all’appartamento fornitoci da AIESEC, io ed Elisa all’inizio non abbiamo praticamente nulla, nè i fornelli, nè il telefono e neppure internet, e neanche la cornetta della doccia funziona: ci laviamo quindi all’indiana, riempiendo una bacinella e poi rovesciandoci l’acqua addosso con un secchio più piccolo. Si perde un pò del piacere di farsi una vera doccia, ma in effetti è un sistema che permette di risparmiare una buona quantità d’acqua. Sfortunatamente, questa va palesemente sprecata in mille altri rivoli, come da un rubinetto che perde continuamente e sembra che nessuno abbia fretta di riparare (basta metterci una bottiglia sotto e lasciarla riempire misurando il tempo per farsi un’idea di quanto liquido va perso al giorno), o da alcuni tubi che hanno creato un grande lago sgocciolando sulla terrazza dell’ultimo piano della casa. Tutta la palazzina del resto è un edificio piuttosto strano: pieno di contraddizioni e che sembra riprodurre come in un microcosmo la struttura della piramide sociale indiana.

Al piano terra c’è un garage aperto, e lì di fatto vive il custode con la famiglia: la moglie e i figli dormono in un piccolo stanzino che è semplicemente il sottoscala della palazzina, chiuso all’ingresso solo da una tenda. Il padre invece dorme direttamente dove ci sono le macchina, su una brandina con un materasso. Sembra una vita più che miserevole, con lui e la moglie che cercano di arrotondare lo stipendio stirando i vestiti con il ferro a braci in mezzo alla strada, e i bambini che giocano sempre seminudi, con quello che sembra uno yo-yo ma invece è un vecchio mouse per computer rimasto appeso a un filo spezzato. Solo un giorno li vedo uscire dal garage, vestiti di tutto punto e in modo coloratissimo, anche i bambini puliti e pettinati. Si recano immagino a qualche festa religiosa o a un matrimonio. Purtroppo ogni comunicazione è quasi impossibile perchè non parlano inglese ma solo telugu, la lingua di Hyderabad, e ci limitiamo a salutarci ogni mattina dicendo “Namasté” (il tipico saluto indiano, letteralmente “saluto il divino che è in te”) e congiungendo le mani.

Al primo e secondo piano si trovano invece appartamenti abbastanza semplici, che devono assomigliare, anche se forniti di tutti i servizi essenziali, a quello in cui viviamo io ed Elisa. All’ultimo piano al contrario c’è un pianerottolo colorato, e l’appartamento sembra dare su un ampissimo terrazzo, c’è un divanetto e un amaca fuori dalla porta e delle belle piante che ornano tutto quanto. Le finestre hanno tende colorate, da fuori proviene il rumore di un televisore che dev’essere collegato alla grande parabola che si trova sul tetto. Non mi stupisco che un’elegante targa sopra il campanello di quest’ultima casa riporti il titolo “Avvocato”. In India non ci vuole molto ad intuire la provenienza sociale di qualcuno.

Il rumore costante in casa nostra è quello del ventilatore sul soffitto, presente praticamente in ogni ambiente chiuso a Hyderabad, un pò per alleviare il caldo che non cala neanche in inverno (non ci sono mai meno di 30 gradi) e un pò per tenere lontane le zanzare (che a dire il vero sono comunque poche in questa stagione). Il ronzio delle pale si interrompe solo due volte al giorno, insieme a qualsiasi altro rumore elettrico: per quattro ore Mehdipatnam, così come altri quartieri residenziali della città, rimane senza luce. I blackout dovrebbero essere programmati e regolarmente annunciati, ma ogni tanto si fa qualche straordinario. Gli orari abituali sono comunque dalle dieci a mezzogiorno, e nel pomeriggio dalle quattro alle sei. Si spengono all’improvviso anche le radio e i televisori, da cui altrimenti proverrebbe sempre qualche musica arabeggiante o il motivo e le parole delle canzoni di Bolliwood.

L’unica spiegazione che raccolgo riguardo ai blackout quotidiani è che, anche se l’India produce in teroria energia più che sufficiente per supplire alla domanda ufficiale, il numero di allacciamenti illegali è così alto da non rendere possibile soddisfare il bisogno di tutti. Da qui la necessità di tagliare la luce nei quartieri residenziali, in modo da garantirla almeno laddove i servizi sono essenziali (come negli ospedali). Si tratta di giustificazioni raccolte per la strada, che andrebbero verificate.

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