Anthropology/Asia/Esotismo/India

India: alla ricerca dell’esotismo perduto

di Riccardo Vergnani

Esotico.                                                                                                                                               Il prefisso d’origine greca eso–  indica qualcosa che sta all’esterno. Al di fuori di sé, innanzitutto. Nel termine esotico è quindi già insita la comparazione tra me, che è dentro, e l’altro, che è fuori.L’esotico come scienza dell’altro, potremmo dire. Una ricerca, perlomeno. L’india forse è il simbolo di questa ricerca. L’India da sempre  nell’immaginario dell’Occidente, l’India che ossessionò persino Alessandro il Grande, l’Oriente di Marco Polo ovviamente, il sogno proibito di Cristoforo Colombo, l’India di Salgari, la culla della rivoluzione etica di Gandhi, il luogo di riscoperta spirituale per la generazione dei figli dei fiori, la nazione dei film bollywoodiani e dell’ascesa economica.

L’India da sempre ci appassiona, ci attira, ci incuriosisce. Ecco, il sentimento dell’esotico è la curiosità. Curiosità che certo muove il racconto sul viaggio in India, sempre sospeso tra la scoperta e la sorpresa. Le strade di Hyderabad col loro traffico, le vacche sacre, i venditori ambulanti sono il terreno di un’esplorazione costante tanto della novità che viene dall’esterno quanto delle proprie reazioni di fronte all’inatteso. L’io si disvela nella scoperta dell’altro, in una ruota (saṃsāra, guarda caso) in cui causa effetto collimano e spesso coincidono. Poco importa se la critica post-moderna ha criticato l’esotismo come rigurgito del colonialismo: lo sguardo non è necessariamente uno sguardo banale, conquistatore, o determinato da vecchi stereotipi, ma è uno sguardo affascinato, sempre attento, ricettivo. La comparazione tra “noi” e “loro” non serve a stabilire una scala di valori, ma a comprendere meglio realtà parallele che (miracolo geometrico dell’antropologia!) a volte si intersecano, gettando luce una sull’altra.

I matrimoni combinati, ad esempio, così lontani dalla nostra morale libertaria e individualista sembrano meno lontani se paragonati ai matrimoni d’interesse nostrani; anzi, scopriamo che la lotta quotidiana dei giovani indiani per l’affermazione della propria libertà di scelta non è così distante dall’istanze libertarie dei nostri genitori negli anni ‘60 e ’70 – e i discorsi sull’amore non sono certo tanto differenti da quelli dei nostri adolescenti!

Matteo mi ricorda Terzani quando scrive, per quel suo atteggiamento sornione e ammiccante verso le cose “strane” del mondo. Terzani è stato senza dubbio il grande testimone italiano (e non solo) dell’esotico, e dio solo sa quanto ci manca una letteratura in grado restituirci la meraviglia del diverso. Tzvetan Todorov nel saggio storico di alcuni anni fa La conquista dell’America. Il problema dell’altro mostra come la vera arma di Cortés nella conquista del Messico non fu l’acciaio spagnolo né le malattie europee, ma la sua innata capacità semantica, ovvero l’attitudine a interrogare e interpretare il mondo – soprattutto un mondo differente dal proprio. Le informazioni raccolte attraverso un costante dialogo con gli indigeni valsero molto di più del grande esercito di Moctezuma e le testimonianze del condottiero spagnolo sono un tesoro etnologico e storico forse senza pari. Certo, questa peculiarità (secondo Todorov tipicamente europea) fu usata a fini abominevoli dagli spagnoli della Conquista, ma la predisposizione all’investigazione è la stessa che ha condotto tanti viaggiatori e scrittori alla ricerca – pressoché pacifica – dello spirito indiano.                                                                                                                           Che esista o meno un’indianità poco importa. Fa parte della natura stessa dell’esotismo sognare, idealizzare – inventare magari. Importante è la logica di fondo che determina le regole del gioco: una necessità insopprimibile di vedere le cose coi propri occhi, penetrando universi di significato diversi dal nostro. L’India è un ottimo catalizzatore in tal senso. Le sue contraddizioni ci restituiscono la complessità del mondo. Raccontarle non è di certo un’impresa facile, ma sembra che Matteo ci riesca. Grazie a un pizzico d’esotismo, probabilmente.

Annunci

4 thoughts on “India: alla ricerca dell’esotismo perduto

  1. Saṃsāra.
    Penso che su da questo spunto (e quello della geometria non Euclidea dell’antropologia), sarò piacevolmente avvinto per le prossime settimane…

  2. Pingback: Lettere da Samarcanda (parte 2) | SAṃSARA ROUTE

  3. Pingback: Elogio della nostalgia | SAṃSARA ROUTE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...