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Denti, mani e pelle

di Lorenzo Scalchi

Questo articolo è il frutto di una ricerca durata alcuni mesi nel corso di un Erasmus a Bucarest, la capitale della Romania.

Lorenzo, dopo aver imparato il rumeno, si è inserito nella dura realtà dei bambini di strada, per comprenderne meglio le dinamiche sociali e interpersonali. Quel che ne è emerso è un universo ricco di sofferenza, ma anche di inaspettati momenti di gioia, in cui l’infanzia può assumere significati nuovi (anche stravolti) rispetto a come siamo abituati a pensarla.
Per leggere di più, ecco il blog di Lorenzo: http://lollo-raccontidibucarest.blogspot.fr/
24 ottobre (27)

La strada è un luogo, una casa per molte persone, qui a Bucarest. Colpisce certamente la realtà romena perché molte, moltissime di queste persone sono ragazzi, se non addirittura bambini. La strada è un ambiente, e come tale modifica chiaramente coloro che ci abitano.

In passato ho scritto che non esistono i “ragazzi di strada”,  perché esistono dei ragazzi che entrano, vivono, e, talvolta escono – dalla strada. E allora continuiamo a tenerli separati. Sforziamoci di pensare che tutti i ragazzi, anche quelli che sono nati in strada, abbiano fatto una specie di patto/contratto con questo ambiente. Che abbiano scelto di farsi condizionare dalla strada, fino anche ad essere dipendenti da essa. Sono, tuttavia, consapevoli che, in questo contratto, è prevista la clausola della non assimilazione. Possono uscirne, possono scegliere. Mi piace pensarla così. Vediamo allora come i contraenti si sono impegnati nel rispetto delle clausole, soprattutto in quella della non assimilazione. Vediamo, in particolare, come le esperienze in di questa vita possano modificare l’aspetto fisico delle persone. Come questi ragazzi possano restare per molto tempo condizionati dalle esperienze che hanno vissuto.

Scriverò delle tre parti del corpo che vedo modificarsi più velocemente e più visivamente. Non scriverò di altro, perché quando la strada è cattiva ci sono parti del corpo che non si possono più curare.

E ora non mi va di parlarne.

Scriverò di denti, di pelle e di mani.

Credo che la vita di strada voglia dire principalmente avventura. Parlo di avventure forti, eccitanti, molto spesso pericolosissime. Avventure che ogni ragazzo si ricorda molto bene, rimangono impresse con un inchiostro indelebile. Perché hanno causato dolore, oppure tanta felicità. Quando chiedo ai ragazzi quale esperienza si ricordano di più nella loro vita di strada, mi sento rispondere che sono i grandi gruppi di amici con i quali condividi e lotti per sopravvivere. Compagni di vita, più che amici. Compagni di aiuti. E allora mi viene in mente, pensando al fisico e ai tratti comuni di molti dei ragazzi, che la colla è sia un fattore che modifica il loro fisico (parlo di fisico riferendomi solamente ai tratti esteriori), che un momento sociale, una specie di condivisione di qualcosa. Un rito che serve a loro per unirsi nella lotta contro…

La colla, assieme alle sigarette e alla cattiva nutrizione, ci fa notare i denti. Malati, pieni di carie, storti, rotti. Sono i denti, estremamente fragili, i primi ad essere colpiti dalle sostanze nocive inalate ed ingurgitate. Con i denti rotti dai gas acidi della colla si mangia lentamente. I ragazzi non hanno fretta nel mangiare, non si avventano. Mangiano lentamente, e soprattutto rispettano i tempi di ognuno, se sono in gruppo. Non dico che si aspettano l’un l’altro, ma cercano al massimo di condividere il cibo. Soprattutto questo: i più grandi, i responsabili mangiano per ultimi. E questo l’ho notato molte volte, quando sono stato con loro in strada. Al Centro no. Al Centro sono tutti uguali rispetto all’associazione che impone loro un programma e un menu unico.

I denti si manifestano quando sorridono, e sorridono molto! Questo mi fa pensare alla loro “normalità”. A quanto siano estremamente “normali” rispetto ai nostri canoni di normalità determinati principalmente da una condizione: non essere drogati. Ecco, quando non assumono colla hanno una capacità straordinaria di adattarsi all’ambiente. I ragazzi che ho conosciuto hanno un carattere estremamente sveglio. Alcuni sono estremamente determinati e vogliono ciò che non hanno potuto avere di più prezioso: la scuola.

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Poi le mani, rovinate o avvalorate da esperienze quotidiane in quelle strade. Mani di chi sa usarle. Mani di chi cerca e di chi quotidianamente le usa per infilarsi in ogni dove a cercare qualcosa da consumare, da usare per poter proseguire. E non parlo solamente di cestini, rifiuti, o di soldi. Parlo di lavoro, di praticità, di abilità. Parlo dell’arte di arrangiarsi con poco, con gli strumenti da lavoro. Che possono essere cacciaviti o pale per aprire i tombini per buttarci dentro la neve davanti al cancello del Centro diurno. Che possono essere clavette, palline, nasi rossi, giochi di magia. Il circo non poteva nascere in un posto più adatto. E si vede. I ragazzi di Bucarest hanno un’abilità, che secondo me non deriva dalle ore di pratica al centro diurno fin da bambini. C’è qualcosa di più. Le mani. Le mani che permettono, le mani che non hanno avuto paura di niente, neppure delle penne che proprio ora devono imparare ad usare. Mani rovinate, tagliate, cicatrizzate. Unghie sporche, rovinate, ma alcune eleganti, alcune che colpiscono. Mani che ti danno la mano anche se non ti conoscono. Mani che ti salutano, tu, straniero. Mani che ti rispettano perché non sei a casa tua, sei uno straniero. Mani che danno l’inizio di un rapporto che può durare una settimana un mese o più. Mani che sono le prime a soffrire. Mani malate, inibite dal più grave dei mali per questi ragazzi romeni: il freddo quasi polare. I meno dieci/quindici della notte si riflettono ghiacciate sulle mani. Per stringerle devi fare piano, altrimenti urlano dal dolore. E’ questo che non riesco a concepire. Il freddo. Il freddo che non vuol dire solo povertà. Perché i vestiti ce li hanno, seppur vecchi e rotti. Il freddo non è solo la fame. No, non è questo. Il freddo è proprio di chi non ha casa. E’ questo il problema di questo stato. Non riesce a combattere il freddo. E’ come potrebbe farlo?

Infine la pelle. Dura, rigida, tagliata. la pelle mette insieme tutto. Ma soprattutto mi fa pensare che chi ha la scorza della vita, chi ha i calli sulle dita, e vuole (decide) di scalare la scala sociale, potrebbe potenzialmente essere un piccolo eroe. Per tutti un grande esempio. Quindi vedo il futuro in questa pelle.

Sperando di vedere ancora, sperando di associare ancora i  miei pensieri al loro fisico.

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(foto dell’autore)

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