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Transmongolica: tre emiliani nel deserto dei tartari (prima parte)

di Francesco Tassi

Cosa spinge tre giovani emiliani, provenienti dalle afose Modena e Correggio, affossate nella pianura padana, ad abbandonare la patria dimora per ricalcare, in versione quasi parodica (dopo il veneziano “Milione”, l’emiliano “Centino” ), il cammino dei fratelli Polo, diretti nell’Oriente Estremo per incontrare Kublai Khan, imperatore del Katai?

La sete di avventura, che domande. O piuttosto, ad essere più sinceri, il desiderio di  scoprire se l’Asia fantastica dei propri sogni corrispondesse a quella reale per il Buono, il successo di un precedente viaggio in Transilvania composto dallo stesso equipaggio per il Brutto, le fotografie patinate di una famosa rivista di viaggi per il Cattivo. Ciò che importa è che il Buono, il Brutto e il Cattivo, dopo mesi di pianificazione dell’ardita impresa, in una calda notte sul finir del mese di giugno, decollarono, diretti verso l’ignoto.

I stazione: Mosca, metropoli di angeli dagli occhi freddi

12A Mosca il Cattivo, già viaggiatore conclamato, conferisce alla capitale russa, dopo un’accurata disamina statistica condita di ponderose riflessioni sociologiche,  il premio per la massima concentrazione mondiale al chilometro quadrato di grazia femminile, chiamata  catarticamente  “gnocca” dalle nostre parti. Il frutto della ricerca dall’alto rilievo scientifico, è stata l’individuazione della formula segreta che condensa la densità media di Grazia, indicata con la variabile “G” (valida anche per il catartico sinonimo emiliano), in rapporto al resto della popolazione femminile “non aggraziata”. La formula però, come si è detto,  è segreta, basti quindi sapere che il valore di “G” è alto, altissimo.

Detto questo, Mosca è una città in fermento, trasformatasi radicalmente nel giro di pochi anni: nel centro città non c’è quasi più traccia delle scassate zigulì sovietiche, raffazzonate alla meglio con toppe e skotch, ora sostituite da luccicanti suv europei e giapponesi che strombazzano per le larghissime “prospect”  della capitale. Mosca è il cervello politico ed economico che dirige lo sterminato corpo del paese e forse per questo, ci sembra senza cuore: la maggior parte della persone con cui abbiamo parlato si sono dimostrate insofferenti verso gli stranieri che non parlano la lingua russa, a cui viene spesso riservato un trattamento di scortesia. Sola un’anziana babuska (nonna in russo), con la quale abbiamo spartito la cuccetta del treno nel lungo viaggio transiberiano, ci ha preservato dalla costruzione di uno stereotipo negativo generalizzante sull’atteggiamento del popolo russo verso i visitatori. Nonna Rita ha amorevolmente preparato i nostri letti nella cuccetta e si sforzava di comunicare con noi utilizzando il nostro frasario russo – italiano. L’avremmo chiamata mamma, se avessimo conosciuto la parola adatta. Sfortunatamente il nostro russo si limitava a “dobrj din”, “spasiba” e “dasvidanjia, tavarisch” (nell’ordine: “Buongiorno”, ” Grazie”,”Arrivederci, compagno”).  La night life moscovita è frizzante, luccicante e aromatizzata di birra, che ha sostituito per i giovani la celeberrima vodka, senza che il tasso alcolico medio del popolo russo si sia per questo abbassato.  Ma questo è solo un frammento della realtà della nuova russa contemporanea di Mevdev e Putin, non priva di23 elementi di continuità con il suo passato prima zarista e poi sovietico. Ciò che si mostra con sgargiante patriottico orgoglio ai visitatori nasconde la ruvida realtà in cui vive quella parte della popolazione rimasta esclusa dai benefici della conversione capitalistica del paese, ovvero la sua stragrande maggioranza. Al di fuori dei primi cerchi concentrici su cui si sviluppa la pianta architettonica della metropoli, partendo dal Cremlino, centro geografico per la città e simbolico per la nazione, scompaiono i pregevoli edifici storici, sostituiti dai megalitici grattacieli sovietici e dai non dissimili formicai post-sovietici.

II stazione. “Già arrivati?!”: L’Asia è (quasi) corta sui binari

Sulla mitica ferrovia Transiberiana, la linea ferroviaria più lunga del mondo, che collega Mosca a Pechino a attraversa tutta l’Asia per 9000 km, praticamente mezzo mondo, congiungendo il mar Baltico al Mar del Giappone, abbiamo trascorso ben cinque giorni di viaggio. Stipati come acciughe su un treno di seconda classe, sotto l’autorità delle due temibili provodnitsa (controllore ferroviarie) del vagone, senza la possibilità di lavarci e di fare un tragitto più lungo di quello che separava la nostra cuccetta dal bagno (che per amor del vero, andrebbe chiamato “buco”), siamo sopravissuti senza soste più lunghe di una mezz’ora, due o tre volte al giorno, necessarie a rifocillarci con i manicaretti  venduti, direttamente sui binari, dagli abitanti delle città siberiane.

Con nostra sorpresa la parte che ci prospettavamo più noiosa e sgradevole nel viaggio, si è rivelata straordinariamente divertente. Sarà la vodka, sarà lo høzok, gioco di carte mongolo simile alla briscola nostrana, sarà la galleria umana che componeva il variegato gruppo dei viaggiatori transcontinentali incontrati, il lungo viaggio è durato un battito di ciglia. Dalla globetrotter inglese in pensione, all’architetto viennese parlante mongolo, alla studentessa mongola perseguitata dal timore di esser chiamata in sogno dalla defunta nonna sciamana a continuare il suo mestiere nella famiglia, il nostro vagone era sovrappopolato di persone sorprendenti.

Mentre la tundra sfuma nella taiga e la taiga degrada impercettibilmente nella steppa, sul treno sferragliante aleggia un atmosfera di limbo e di attesa. Dopo l’ennesimo cambio di fuso orario, ognuno manda intimamente a quel paese l’ora nazionale, riconosce il fallimento del tentativo di stare al passo con l’ora solare e si rifugia in una dimensione temporale propria. A nessuno importa più nulla dell’ora31 locale, il cui calcolo comporta complesse addizioni all’orario ferroviario di Mosca, valido per l’intera Russia.  E infatti quando il treno devia verso sud e si dirige verso il confine russo-mongolico, dopo aver costeggiato il grande lago Baikal, noi tre emiliani, unici italiani sul treno e più giovani di tutti gli altri viaggiatori incontrati, scopriamo con sgomento che il nostro orologio biologico è ancora impostato sul fuso orario moscovita, indietro di quattro ore rispetto a quello mongolo.

(foto di Riccardo Vergnani)

tranmong

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2 thoughts on “Transmongolica: tre emiliani nel deserto dei tartari (prima parte)

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