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L’Odissea di Pi

di Matteo Tomasina

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“Sta a ciascun lettore decidere di cosa parla Vita di Pi. (…) Quella di Pi e Richard Parker è una storia che parla di una scelta esistenziale. Come vivi la tua vita? Sei pilotato dai categorici editti del raziocinio o aperto a possibilità più prodigiose?”

Yann Martell

Sicuramente, se non fosse stato caricato di effetti speciali, tarato ad hoc per la tecnica 3D, portato alla statura di kolossal dell’era digitale e un po’ strumentalmente battezzato “il nuovo Avatar”, Vita di Pi (2012) del regista taiwanese Ang Lee non avrebbe ottenuto tutto il successo che stiamo osservando. Ma la sua eco non è immeritata, dal momento che il valore del film non può essere ridotto soltanto alla realizzazione tecnica, all’impatto visivo sullo spettatore. La storia tratta dall’omonimo romanzo di Yann Martel contiene infatti i pregi narrativi e una profondità di contenuti degni della letteratura, con un lato tanto emotivo che riflessivo.

Premetto di non avere letto l’opera originale di Martel, e immagino che la sua trasposizione sul grande schermo possa mantenere solo in parte vivo il valore del libro (le recensioni comparate, infatti, non sono lusinghiere). Ma per chi è abituato alla sciatteria e alla banalità narrativa del  blockbuster medio, Vita di Pi rappresenta comunque una ventata di aria fresca.

La storia si spiega velocemente, e ruota tutta intorno al protagonista. Pi nasce in India, a Pondicherry, da una famiglia stravagante. Il padre è il gestore di un grande zoo, e il ragazzo cresce fra zebre, giraffe, oranghi, tigri. E’ più a suo agio con gli animali che con le persone, come dimostrano almeno le sue esperienze scolastiche. Non lo aiuto certo il suo imbarazzante nominativo, e tutti i nomignoli che seguono. Pi è però uno spirito romantico, sognatore, a tratti ingenuo ma capace dello stesso rispetto sia verso gli uomini che gli animali. Imperfetto, ma anche determinato ad andare dritto per la sua strada, il suo carattere emerge in particolare nel confronto col padre, un uomo disincantato, laico, convinto della fredda durezza delle “leggi di natura”. Pi è invece poetico e incline al misticismo, almeno a modo suo. Visto che in India si possono conoscere più o meno tutte le religioni, ma può essere un problema sceglierne una, trova la sua soluzione: si converte a tre di esse contemporaneamente (cristianesimo, induismo e islam), seguendole anche nei precetti più assurdi. Un suo modo per dire che il divino è dappertutto, anche nei paradossi, anche nelle situazioni ironiche, come quando deve ringraziare un dio per avergliene fatto trovare un altro.

La svolta nella narrazione si ha quando il padre di Pi decide di trasferire lo zoo, e tutti quanti gli  animali, in Canada. Durante la traversata via mare, il protagonista e tutta la famiglia incappano in una biblica tempesta, che provoca il naufragio della nave. Salvatosi per pura fortuna, Pi si ritrova solo su una scialuppa, in mezzo all’oceano, apparentemente l’unico superstite. In realtà, si accorge ben presto che la sua avventura non è finita. La nave di salvataggio ospita alcuni animali scampati, e, in particolare, il più feroce del circo: una grossa tigre del Bengala, ironicamente soprannominata Richard Parker (come il naufrago, coinvolto tra l’altro in una storia di cannibalismo, di un racconto di E. A. Poe).

Inutile dire che, ben presto, l’equipaggio si riduce ai soli Pi e la tigre. E a questo punto prende sostanza il corpo del film. Il protagonista deve instaurare con l’animale un rapporto di convivenza, che non può essere che dialettico, positivo e negativo al tempo stesso. Pi è costretto a gettare un galleggiante collegato alla scialuppa, in cui mettere in salvo le provviste di salvataggio, e dove rifugiarsi lui stesso. Deve anche trovare il modo di nutrire Richard Parker, per evitare che si rivolga a lui come una cacciatrice (cosa che ovviamente la natura le suggerirebbe).

La logica consiglierebbe invece a Pi di tentare di sbarazzarsi dell’inquilino incomodo, ma quando, passato un certo periodo di tempo, ne ha l’occasione, uno strano senso morale (o religioso?) lo induce a non farlo. Il rapporto fra i due però di fatto non cambia: il realismo in Vita di Pi è tirato ai limiti, ma la tigre non è un personaggio, per così dire, disneyano. Come dimostra anche il finale, fra i due non nasce “amicizia”. Quello di cui Pi si rende conto, portando in salvo anche l’animale, è che lo sforzo continuo per tenerlo a bada, la sfida di far sopravvivere entrambi, nutrendo anche la propria minaccia, è paradossalmente ciò che lo mantiene veramente vivo. Altrimenti, sarebbe solo un naufrago, passivo, in attesa di soccorsi e in balia delle correnti. L’idea sembra rimarcata quando i due improbabili compagni sono trascinati dal vento, dopo un’altra tempesta scampata, su un’isola deserta, lussureggiante e abitata solo da buffi suricati. Fermarsi lì significherebbe però rinunciare ancora all’esistenza, essere “consumati” dall’ozio, e forse, dalla natura troppo perfetta dell’ambiente stesso. E così, alla fine, si riparte, verso altri approdi e verso la conclusione della storia.

Nell’ultimo scambio di battute del film rimane in sospeso una domanda-non domanda: che tutta la vicenda sia soltanto una metafora, un racconto psicologico. Esiste di tutta la navigazione una versione più realistica, più cruda, ma non necessariamente più vera (anche se il giudizio finale è a ogni singolo spettatore).

Vita di Pi non è certamente un lavoro senza pecche, che possa convincere tutti fino in fondo. Una spettacolarità forse eccessiva e troppe concessioni al marketing hollywoodiano possono non soddisfare chi voleva più contenuti, uno svolgimento un po’ lento e momenti di introspezione possono infastidire chi cercava più avventura. Anche l’immagine dell’India, che è ritratta comunque in modo affascinante, non sfugge purtroppo agli stereotipi favolistici. Ma preso per quello che è, cioè un romanzo di formazione, il lavoro di Ang Lee è all’altezza delle aspettative.

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