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Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola

di Lorenzo Scalchi

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Mi ricordo molto bene di quel 24 ottobre 2010, di quell’ora: le 21.30. Non solo perché oggi ho riletto alcuni appunti. Quella sera uscii dal campus studentesco per andare in strada Bucur. Il mio primo giorno di scuola.
Florin mi aveva detto che si sarebbero trovati lì alle 22. Mi ricordo molto bene quella sera. In particolare la paura che avevo per quella prima volta. Ero solo ed era notte. Sapevo quanto la notte mi avrebbe fatto paura.
Volli uscire con i ragazzi del gruppo di strada Bucur. Florin mi aveva detto di venire, e questo già mi confortava perchè, in un certo senso, avevo una specie di autorizzazione ad entrare nella loro compagnia. Mi sono fidato di Florin, pensavo fosse una persona influente nel gruppo, a causa del suo caratteraccio. Ma avevo lo stesso tanta paura. Il cuore faceva rumore, e non i passi che mi portavano verso il luogo dell’incontro.
Voglio scrivere di questo primo giorno di esperienze in strada perché penso che le mie paure siano molto importanti per comprendere il fenomeno. Credo che quella paura possa essere una testimonianza preziosissima per comprendere il blog intero, e le mie esperienze di ricerca. Risulterà più chiaro per me capire perché ho cambiato/mantenuto alcune concezioni/pregiudizi/idee sui ragazzi di strada, e sulla subalternità in generale.

Il mio cuore batteva per la paura di essere aggredito. Pensavo di finire sotto un ponte, di addormentarmi con loro, e di venire derubato, oppure picchiato. Per questo non mi ero portato soldi. Solamente la carta d’identità, che sarebbe forse servita per un eventuale incontro con la polizia. Mi ricordo che mi ero messo vestiti già sporchi, una calzamaglia e due maglioni per il freddo. Pensavo di dover rimanere a dormire. Che non mi avrebbero lasciato andare.

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Arrivai all’incrocio di strada Bucur, e i ragazzi erano già tutti lì. Grandissimo imbarazzo, la mia entrata in scena sarebbe diventata troppo plateale, non mi andava così. Alla luce verde attraversai la strada per dirigermi esclusivamente verso Florin. Neppure notai le facce degli altri. Appena Florin si accorse di me sorrise e mi presentò ai suoi compagni. Grazie a Dio! La paura cominciava ad essere piano piano sconfitta quando ognuno dei ragazzi/bambini mi dava la mano, e mi diceva il nome. Tuttavia mi sentii quasi sicuro soltanto quando il più vecchio di loro mi diede la mano e cominciò a dirmi qualche parola in italiano.
Ci muovemmo quindi dalla strada ai bloc. Faceva già molto freddo, e il gruppo si spostò nell’atrio di uno di questi grandi ed orribili bloc (i palazzi squadrati che compongono quasi la totalità di Bucarest). Parlavo sempre con il più vecchio, persi di vista Florin, che era stato l’artefice di questa mia prima uscita. Me ne accorsi e cercai di stare assieme a questi due personaggi, mi sarei sentito più sicuro.
C’erano altri 7 ragazzi, i più piccoli avevano 12 e 14 anni. Il resto aveva un’età che variava dai 16 ai 25 anni.
Non è facile introdursi in un gruppo. Difficile per chiunque, non solo per i timidi. E io lì ero chiaramente diverso. Più alto, tra i più vecchi, straniero, senza la colla, giubbotto pulito. Possedevo una diversità che mi dava fastidio. Decisi così di restarmene zitto ed osservare. Mi misi per terra, nell’atrio del bloc, senza parlare. Le ombre si muovevano di fronte a me. Le loro immagini fluttuanti nel buio di un orribile pianerottolo, illuminato dalle luci soffuse della strada, mi sarebbero rimaste impresse per tutta la notte, che non passai con loro, ma nel mio letto a Grozavesti.
E mi ricordo che quell’immagine da retroscena mi motivò tantissimo. Le loro ombre, il rumore di chi accartoccia un sacchetto di plastica, quei sacchetti di colla, quell’odore così intenso di acidi da vernice, quei cani che si accasciavano su di loro come compagni di vita, quegli occhi da retroscena mi hanno, tutti insieme, mi hanno motivato tantissimo a rimanere lì. E mi hanno fatto comprendere tutti i pregiudizi che avevo espresso con le mie paure. Che in realtà costituivano la mia concezione del mondo subalterno, di quel mondo povero e nascosto ai nostri occhi, che in realtà non era proprio così.
Non ho visto violenza, ma aiuto reciproco tra di loro. Non ho visto così tanti egoismi, ma molto spesso condivisione di necessità (i turni davanti al calorifero, la condivisione della droga, la condivisione del silenzio). Non mi hanno chiesto soldi (forse perché i negozi erano chiusi a quell’ora?). Non ho dovuto difendermi in nessun modo. Non mi sono sentito escluso, né completamente ignorato. Non mi hanno scacciato. Era come se fossero abituati alla presenza di esterni. Hanno, un po’ tutti, cominciato a chiamarmi per nome. Si ricordavano il mio nome.

Questo cosa vuol dire?
Questo che significa?

Non lo so ancora, non sono conclusioni scientifiche, ma mi aiutano molto a capire che cosa osservo ora.

Le paure di quel primo giorno di scuola mi avrebbero fatto capire tante cose sui ragazzi di strada.
Tornai a casa, felice di tornarvi diversamente. Erano circa le 23.30

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Foto di Lorenzo Scalchi e Matteo Tomasina

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2 thoughts on “Il primo giorno di scuola

  1. Grazie Lorenzo per condividere questa esperienza con chi ti legge. Non sono in molti ad avere il coraggio, o forse piuttosto la curiosità, il senso di attrazione verso una forma di vita vicina ma misteriosa, che tu hai avuto. Esiste tutto un mondo subalterno, di chi vive nella strada, o sotto la strada, che è separato dal mondi da chi attraversa la strada, per recarsi altrove, nei posti a cui appartiene. Ma chi appartiene alla strada, davvero appartiene? Si può fondare una costruzione identitaria in un luogo apparentemente senza identità? Questi ragazzi in che modo ti hanno posizionato nel gruppo?

  2. Grazie a te del commento. Spero che nelle prossime “puntate” su Samsara Route tu possa avere alcune delle risposte alle domande che mi hai posto. Anzi, cerchero’ di creare un filo logico tra i vari post, seguendo anche gli spunti che mi hai dato.
    Ti rispondo, quindi, in maniera parziale, proprio per lasciare spazio alle parole degli stessi ragazzi e bambini che potrei pubblicare prossimamente.
    La strada da luogo puo’ diventare territorio. L’appartenenza alla strada diventa quindi effettiva nel momento in cui è riscontrabile una certa stabilità. Il ragazzo impara a conoscere uno spazio, lo spazio del riparo notturno, dell’incrocio vicino al supermercato dove si va alla ricerca di qualche soldo o di qualcosa da mangiare, lo spazio del suo gruppo. La stabilità, o meglio la routine quotidiana del ragazzo, dipende, secondo me, da fattori “ambientali” e da libere scelte personali. La particolarità dei ragazzi è che conoscono perfettamente ogni angolo-spazio di Bucarest.
    Tutti questi spazi sono delimitati da confini, e soprattutto da regole sociali diverse.
    La strada come spazio senza regole è una grande bugia, come molto criticabile è il concetto di strada come spazio senza identità. I ragazzi, infatti, hanno imparato dalla “sopravvivenza” la necessità di delimitare degli spazi, e di crearsi territori, con delle regole precise, dettate dalla presenza piu’ o meno accentuata di gruppi e di reti sociali, non di singoli individui.
    Dunque, la strada come territorio e come spazio di regole crea delle identità, molte identità. Infatti, gli operatori delle ONG di assistenza diurna e notturna hanno imparato a lavorare singolarmente con ogni ragazzo. Tuttavia, ci sono delle identità “simili” e comparabili. Ci sono molti aspetti in comune. E queste identità collettive hanno in comune moltissime situazioni difficili e ostili, proprie dell’ambiente-strada, che influiscono sulla formazione dei gruppi e sulla disposizione dei gruppi sul territorio metropolitano. Poi sta ai gruppi il lavoro piu’ intenso di caratterizzazione identitaria.
    Ma sulla questione dell’identità sentirai, a breve, parlare “direttamente” loro. Col prossimo post vedro’ di portare alla luce un primo cuore del problema, soprattutto attarverso il racconto di questo mio viaggio, e con le parole dei ragazzi stessi.

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