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AUX ARMES LES CITOYENS! – la guerra vista dalla Francia

di Riccardo Vergnani

de gaulle_microfonoNon credo di essere un pacifista tout court.

Seguo volentieri la boxe, adoro i film di Quentin Tarantino e credo che gli sculaccioni siano ancora un ottimo metodo di educazione dell’infanzia. Non penso nemmeno che qualsiasi forma di violenza sia ingiustificata: l’aggressività è connaturata all’essere umano, e certe volte è persino funzionale (in caso di legittima difesa, per dirne uno).

Ciononostante, mi incuriosisce (e forse mi turba) il modo in cui i giornali francesi stanno trattando il tema della guerra in Mali. Parlerò solo dei giornali, perché qui a Parigi non ho la televisione in casa, ma Alice, la mia biondissima e bellissima insegnante di francese, mi conferma che l’atteggiamento è lo stesso anche in tv.

Brevemente, la situazione del Mali è questa: in seguito alla ribellione dei gruppi Tuareg stanziati nel nord del paese, si è formata una coalizione antigovernativa formata da diverse entità (tra cui gli islamici fondamentalisti legati ad Al-Qaida) che nel giro di poche settimane ha ottenuto con la forza il controllo delle città più importanti. Il presidente Dioncounda Triaoré, messo alle strette, ha chiesto l’aiuto militare della Francia per riprendere in mano il paese e cancellare la minaccia fondamentalista.

Il giorno della dichiarazione d’intervento da parte del governo francese (10 gennaio), testate con tradizioni politiche differenti come Le Figaro e Libération (la prima, per semplificare, di destra, e la seconda di sinistra) presentavano Hollande come “capo d’armata” o “presidente di guerra” –  con toni evidentemente compiacenti.

Il sotto-testo degli articoli era che, al di là dell’inevitabilità dell’intervento armato, il ruolo assunto dal presidente ricalcava positivamente una vecchia tradizione francese in cui lo stato intero si incarna nel suo Leader nel momento estremo di difficoltà – la guerra, insomma. Da questo punto di vista, Napoleone, De Gaulle e Hollande farebbero parte della stessa linea di successione guerriera, in cui la Francia riesce a dare il meglio di sé. La guerre, toujours la guerre.

L’atteggiamento nel corso delle settimane sembra comunque non essere cambiato (http://www.lefigaro.fr/international/2013/01/15/01003-20130115ARTFIG00657-mali-francois-hollande-en-president-de-guerre.php), mentre le notizie relative all’andamento della guerra sono molto blande e pressoché prive di informazioni sul numero di morti, vittime civili, città distrutte, ecc…

Istintivamente, verrebbe da attribuire questo atteggiamento al sempreverde nazionalismo francese, che non risparmia colpi alle realtà straniere soprattutto quando si tratta di assicurarsi un’identità orgogliosa e potente.

louvre_soldati

Ma Alice, l’insegnante di cui sopra, mi fa notare che gli stessi discorsi di sono prodotti in altri paesi quando si trattava di giustificare un intervento armato: tanto in USA quanto in Inghilterra, il leitmotiv della lotta al Male andava a pari passo con un patriottismo colonialista neanche tanto celato.

Ripensandoci, anche in Italia continuiamo a prendere parte a guerre di varia natura nascondendoci sotto il termine politicamente corretto “missione di pace”; nel natale 2011, Sky ha fatto qualche giorno di diretta in Afghanistan per mostrarci l’azione dei nostri militari in terra infidelium, ovviamente occupatissimi a portare regali ai poveri bambini afghani disgraziati.

Non vorrei ora dilungarmi troppo sulla legittimità o meno dell’intervento francese in Mali; ammetto di non conoscere fino a fondo la situazione, e mi rendo conto che su certi discorsi si rischia sempre di contraddirsi in maniera imbarazzante. Ma, come detto all’inizio, mi colpisce l’ipocrisia del linguaggio utilizzato dagli organi d’informazione: oltre alla vecchia retorica medievale della guerra santa, giusta, e voluta da Dio, oggi si utilizzano strumenti di vario genere atti a depauperare la guerra della sua natura più intima – la violenza.

Si cede il campo agli eroi per non parlare dei morti, la tragedia cede il campo alla gloria e il sangue versato scompare velocemente nelle fogne della disinformazione. Si faccia bene attenzione alle parole (spesso contrastanti con le immagini trasmesse) usate dai media e si cerchi di percepire la violenza che sta dietro il nascondimento della violenza.

Con la scusa di preservare la nostra sensibilità, ci offrono un mondo virtuale in cui i Buoni alla fine vincono sempre e gli Innocenti non subiscono – tutto sommato – gravi perdite. Il Dolore (questo si con la D maiuscola) viene riservato tutt’al più ai rotocalchi, in cui  la foto della madre addolorata diventa carne da consumo esattamente come l’articolo sull’ultimo divorzio del vip di turno.

Quello che mi sconvolge della situazione della Francia in Mali è il tentativo dei media di occultare la violenza. Nella loro retorica militar-nazionalista, cercano di farci dimenticare che dietro a ogni guerra c’è, inevitabilmente, una carneficina, e che si tratta di una realtà (non mediata dallo schermo o da una pagina) fatta di carne e sangue.

Ora, ammettiamo pure che esistano guerre necessarie e che tutto ciò si fa per evitare ulteriori vittime. Ma non cerchiamo di negare il sacrificio invitabile in termini di esistenze che la violenza organizzata comporta.

Non facciamoci prendere in giro.

Berberi contro la Legione Straniera

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3 thoughts on “AUX ARMES LES CITOYENS! – la guerra vista dalla Francia

  1. Ciao Riccardo, ti chiedo se hai avuto modo di leggere e consultare qualche giornale maliano per fare un confronto con i discorsi e le retoriche del linguaggio portati avanti dai giornali francesi sul tema della guerra e della violenza. Chiaro, tu cerchi di riportarci il pdv così come lo avverti e lo leggi in Francia, ma mi è sorta questa curiosità di paragonare le versioni giornalistiche, se l’hai già fatto mi piacerebbe conoscere il tuo parere.

  2. Purtroppo no, e sinceramente non saprei nemmeno dove cercare un giornale maliano.Chiaramente, non esiste “informazione di guerra” che non sia farcita di retorica, anzi, mi rendo conto che in certi contesti può essere funzionale. La propaganda di guerra ha un senso, perché ha, tutto sommato, dei requisiti etici. Porta avanti degli ideali, buoni o sbagliati che siano.
    Mi domando se invece nella nostra stampa la “virtualità” europea sia un fatto ideologico o strutturale: nel caso di Libération (che è, generalmente, un giornale “contro”) sembrerebbe quest’ultimo aspetto a prevalere: la mancanza di una riflessione sulla natura violenta della guerra sarebbe così frutto non di una scelta consapevole, ma di una certa noncuranza (inconscia? strutturale?) nel trattare certi temi.
    Ecco, forse da questo punto di vista sono molto più interessanti “antropologicamente” i giornali francesi che quelli maliani!

    • Per retorica intendevo la tecnica del discorso e non l’ostentazione enfatica di valori, anche se anche quest’ultima retorica, come ben dici, c’è e strac’è!
      Le azioni congiunte Francia-Mali, come quella di oggi, mi facevano pensare su quanto questo potesse riflettersi e in che mondo sulla stampa maliana per comprendere se impregnata o no del discorso sulla guerra portato avanti in Francia…non mi pare così leggera l’eventuale uniformazione nella creazione della notizia. Era un tema laterale che mi era sorto leggendo il tuo articolo e ora stavo iniziando a spulciare un paio di siti:

      http://www.journaldumali.com/
      http://www.essor.ml/

      Mi trovi d’accordo sulla rarefazione della natura e delle implicazioni violente della guerra che talvolta si arriva ad operare sapientemente per fini altri o, per contrasto, l’esaltazione degli interventi umanitari che esalta alcune nazioni-tutelari, magari causa o co-causa dello stesso dilagare della violenza…
      Comprendo, come già detto, la prospettiva che hai scelto: quella che più puoi saggiare con i tuoi occhi e riportarci come antropologo. Aspetto con piacere altri tuoi resoconti dal tuo osservatorio. Bye

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