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Girlfriend in a coma: viaggio nella buona e nella mala Italia

di Matteo Tomasina

girl2In sala ci sono moltissimi italiani, emigrati a Parigi per studio, lavoro o, come me, semplicemente di passaggio. C’è un’aria un po’ carbonara, anche se questo suona come un’esagerazione, visto che siamo qui solo per assistere alla proiezione di un documentario. Eppure, è proprio a causa di una presunta censura che siamo noi fra i primi connazionali, in Francia, a potere finalmente vedere Girlfriend in a Coma.

C’è qualcosa di assurdo in questo, visto che il film prodotto da Annalisa Piras e dall’inglese Bill Emmott (l’ex direttore dell’Economist denunciato da Berlusconi) parla proprio del nostro paese. La pellicola avrebbe dovuto essere presentata in Italia in prima nazionale il 13 Febbraio, ma il lancio a Roma è stato improvvisamente bloccato dal Museo Maxxi, sembra su indicazione del Ministero della Cultura, a causa del contenuto ritenuto sconveniente a ridosso della campagna elettorale (perché “politicamente connotato”). Infine, la proiezione pubblica in Italia è solamente slittata (verrà presentato anche oggi, 18 Febbraio, al Teatro Piccolo di Milano), ma questo episodio è bastato a sollevare la polemica.

In realtà, Girlfriend in a coma non è di certo un lavoro sovversivo, e nel complesso nemmeno troppo originale. Il titolo, ripreso da una canzone degli Smith, spiega bene qual è l’idea di base: il documentario muove dall’attaccamento, anche personale, di Emmott all’Italia (la sua “fidanzata”), che versa però ormai da decenni in stato comatoso. Il giornalista dell’Economist è sia coautore che protagonista della pellicola, e compie un viaggio per la penisola, chiedendosi quali siano non solo i difetti, ma anche le virtù degli italiani e se sia possibile in qualche modo dare una scossa al corpo immobile del paese.

Un ironico e distaccato commentatore inglese mostra così la fenomenologia del declino italiano. Il primo giudice dei vizi e delle virtù dei nostri connazionali è stato Dante, e così il documentario si muoverà sulla falsariga della Commedia: di due parti, la prima è una discesa nella Mala Italia, ciò che del paese bisogna condannare, la seconda elenca invece ciò che deve essere salvato e costituisce una speranza per il futuro, la Buona Italia. Riferirsi a Dante è anche un appello all’unità della penisola, in un momento in cui sembra che soltanto il comune patrimonio culturale possa tenere insieme una società sull’orlo della disgregazione.

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“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta, non donna di province, ma bordello”: nulla di nuovo, insomma, nella parte sulla Mala Italia. In ricordo di Videocracy, scorrono sullo schermo le immagini del trash televisivo, si riecheggiano le ultime fasi del governo Berlusconi, si mostra il paese che precipita nella classifica della libertà di stampa e sale in quello della corruzione, mentre aumentano vertiginosamente le cifre del giro di affari delle “multinazionali” mafiose. Ci sono interviste a Marco Travaglio, Roberto Saviano e il procuratore Nicola Gratteri, che attaccano la classe dirigente, di destra e di sinistra, ed evidenziano il legame tra politica e criminalità organizzata (in grado in certe zone, nelle parole di Gratteri, “di spostare il 20% dei voti”).

itaPiù breve, e un pò controversa, la parte sulla Buona Italia: si comincia con le esperienze di associazionismo antimafia nel meridione, per presentare poi l’associazione Terra Madre di Carlo Petrini, che sostiene agricoltura sostenibile e qualità alimentare. Si parla poi di “buon capitalismo”, caratterizzato da sensibilità sociale e legame con il territorio: l’esempio principe è l’industria italiana di maggior successo al mondo, la Ferrero. Il secondo esempio appare invece più controverso, e ha sollevato non poco dibattito durante la proiezione a cui ho assistito: è la Fiat di Sergio Marchionne. Dal punto di vista politico, il documentario vede in luce positiva l’instaurarsi del governo Monti, apparentemente l’ultima chance per uscire dalla crisi.

Queste ultime due scelte si spiegano in parte con il momento in cui il documentario è stato girato: si prendono le mosse dalla crisi del governo Berlusconi nel dicembre 2011, e manca una valutazione dell’operato del governo tecnico, mentre i commenti su Marchionne sono precedenti alla chiusura di Fabbrica Italia. Avere scelto di girare il documentario in un momento di svolta, in cui gli sviluppi futuri erano ancora incerti, può essere il motivo per cui certi giudizi sarebbero già da rivedere.girl3

La parte più interessante del lavoro è quella che scende più in profondità. Terminata la fenomenologia del declino italiano – che purtroppo conoscevamo già bene -, ci si chiede se ci siano motivi radicali, culturali, per spiegare i problemi della penisola. In due interviste, Elsa Fornero ed Emma Bonino parlano di un paese fortemente diviso, non solo fra destra sinistra, o fra poveri e ricchi, ma anche tra uomini e donne, giovani e vecchi: fratture che aggravano le diseguaglianze. Il vizio peggiore degli italiani non è poi imputabile a questo o a quella figura, ma è un atteggiamento più generale e diffuso, quasi fosse presente nel DNA culturale: l’ignavia, nei termini di Dante, il “far parte per sè”. Ci si disinteressa alla cosa pubblica fuggendo dalle proprie responsabilità collettive, nel peggiore dei casi si volge il pubblico ai propri fini privati. Su questo pesa, secondo il documentario, anche la cultura cattolica, che ha prodotto la doppia morale, legittimato atteggiamenti permissivi con l’idea di confessione e di perdono. La Chiesa si è contesa la fedeltà degli italiani con lo Stato, inibendo lo sviluppo del senso civile.

In conclusione il documentario, anche se non propone soluzioni, lancia comunque un messaggio dal forte impatto emotivo. Vengono mostrate numerose interviste ad italiani emigrati all’estero, e che si sono distinti con le loro qualità personali nel campo della ricerca, dell’innovazione, dall’università all’industria. Questi emigrati non sono persone che hanno scansato le responsabilità nei confronti del loro paese, ma sono coloro che dimostrano nel mondo il valore dell’Italia, anche mentre si attraversa un momento di crisi. Alla fine non prevale la frustrazione, ma il senso di responsabilità e di sfida per il difficile compito di essere italiani oggi. Terminata la proiezione, ho condiviso con altri spettatori questo sentimento di dover fare qualcosa, di avere tutto sommato una grandiosa eredità da conservare e da impiegare. Abbiamo ancora delle grandi potenzialità, se sfruttiamo la nostra creatività (che viene anche dalla cultura) e mettiamo a frutto il nostro talento. Dobbiamo però curarci più delle regole e imparare a operare nel rispetto delle libertà altrui. Cultura e valori possono allora essere la nostra forza. Con le parole di Dante: “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute a canoscenza”.

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