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Toronto Trauma. atto primo.

Toronto Police Service 40 College ST.Image

Purchase Approved.

“Thank you!”

Mentre ricevo lo scontrino del pagamento del “police check record” ovvero la certificazione che, almeno in Canada, non sono un criminale, le grida di un uomo interrompono la tranquilla mattina primaverile alla principale centrale di polizia di Toronto.

Impiego alcuni secondi prima di capire quel che sta succedendo. Le grida sono quelle di un uomo sulla quarantina, che parla con accento straniero. Maglietta rossa e blu jeans, un cappello da baseball,  vestono un uomo di mezza età, di altezza e statura media, dalla carnagione leggermente olivastra. Forse è arrivato a Toronto, in cerca di fortuna come me e come tante altri, attratti dalla città del pluralismo, dove circa il 60% degli abitanti non parlano né inglese né francese come prima lingua.

Ciò che differenzia questo canadese medio dal resto dei suoi concittadini in tranquilla attesa del loro turno alla centrale di polizia,  è la sua posizione sopraelevata che gli permetterebbe di compiere da un momento all’altro ciò che in Canada viene considerato un reato: il suicidio. L’uomo  sta per buttarsi dalla balaustra interna del secondo piano della centrale.  I poliziotti, che non si aspettavano certo di dover negoziare con un aspirante suicida giocando “in casa”, ci impiegano qualche minuto a decider sul da farsi, poi  fanno allontanare le persone al piano di sotto da quella che potrebbe diventare da un momento all’altro l’area di atterraggio.

Cose che succedono, a Toronto. Un ufficiale in impermeabile punta un dito contro l’aspirante saltatore e gli intimidì di tornare indietro, di non buttarsi. Non gli dà una ragione di vivere, ma gli lancia un ammonimento di non infrangere l’ordine pubblico, di non rovinare quel pacifico mattino primaverile agli indaffarati e onesti cittadini, involontari testimoni di una scena adrenalinica che avrebbero preferito guardare, pagando dieci dollari, su una comoda poltrona del cinema.Image

In Canada il suicidio è un crimine. Chiunque è libero di fare qualsiasi cosa ma non di attentare alla sua vita e fare brutte figure in un luogo pubblico. Dunque suonano le sirene e arrivano i rinforzi per scongiurare, o eventualmente nascondere in fretta, le conseguenze di un passo nel vuoto.  Pompieri, ambulanze, forze speciali. La scena del “crimine” , diventa quindi ben presto un set hollywoodiano al completo, in cui io mi trovo a fare da comparsa.

 Si crea presto un pubblico che si chiede “si butta o non si butta?”, fra una battuta e l’altra. Nessuno si chiede perché quest’uomo sta per suicidarsi nella stazione di polizia, nel frattempo lui parla, si arrabbia, impreca, e si lamenta. C’è chi dice “è matto”, chi “è ubriaco” e c’è chi si sorprende di trovare un ufficio circondato da tante divise e tv locali e protesta per non poter fare il suo certificato, quindi va a prendersi un caffè nell’attesa. Come se fosse “normale” vedere un uomo sospeso su una balaustra, lamentarsi a voce alta delle cose che non hanno funzionato nella sua vita, un mercoledì mattina, alla stazione di polizia. Alcuni paparazzi cominciano a filmare l’evento e la stampa accorre.

L’evento che io vivo come tragico e deprimente si è immediatamente trasformata in un dramma spettacolare.  I cameramen di CPT24, l’emittente metropolitana, fanno fare acrobazie ai loro teleobiettivi per riprendere l’evento una volta che la polizia gli ha fatti allontanare dalla zona delle operazioni, circondata dal nastro giallo della “scene del crimine”

.Image

Sul ciglio della balaustra l’ uomo parla pacatamente, poi si agita, urla, e minaccia di gettarsi  quando capisce che gli agenti lo vogliono accerchiare di soppiatto. All’improvviso apre il portafoglio e lo svuota. Una cascata di foglietti di carta svolazzanti per la centrale di polizia, piccole schegge di frustrazioni e quotidiana follia, si spargono per la grande sala della centrale. Assisto a tutto questo, incredulo, prima di essere costretto da un poliziotto ad abbandonare l’edificio.

Mentre esco dalla centrale faccio appena in tempo a sentire l’ufficiale che intima al saltatore: “ Ehi, John, do you have kids?”. Mi sembra allora di aver già vissuto tutto questo, solo che era la scena di film, ed ora invece ci sono io, al di là dello schermo.

La reazione di molti curiosi è stata quella di filmare l’evento, metterlo dentro allo schermo per registrate lo “spettacolo” della sofferenza sociale e dichiarare la propria presenza sul “set” . La mia, invece, è quella di restare, sentendomi impotente per non poter intervenire. Una ragazza si avvicina a me e mi chiede che cosa sta succedendo. Io, che mi trovavo al centro dell’azione prima che sgombrassero la sala interna della centrale, le cerco di spiegare per filo e per segno quanto è accaduto. Lei non mi sembra entusiasta dell’evento come la maggior parte dei passanti,  ma rattristata. Mi racconta che lei è un’operatrice sociale e assiste spesso a scene di quotidiana disperazione come questa, confrontandosi con gli esclusi dalla ricca società del pluralismo. La gente, mi spiega, non ha bisogno solo di telecamere e forze di pronto intervento, ma, innanzitutto, di vedersi accettata e riconosciuta come essere umano, prima che come consumatore. Secondo lei, certi fatti non succederebbero se,  banalmente, avessimo tutti qualcuno che ascolti i nostri problemi, che non ci lasci sentire soli e abbandonati nelle difficoltà della vita in una grande metropoli.

Dentro di me so che ha ragione. Eppure poco dopo quest’illuminante conversazione, mi sfugge l’occhio sull’orologio. Sono in ritardo per un appuntamento. Lascio così la scena senza sapere cosa come andrà a finire e finisco ben presto in un Second Cup, a fare la fine del consumatore.

Questa città spinge è programmata per questo: consumare, lavorare, non farsi troppe domande.  Nella metropoli multiculturale, molti sfioramenti fra colleghi, ma pochi incontri fra persone. Trascorro il resto della giornata meditando sull’accaduto in uno stato di grigia depressione, imprigionato come tutti gli altri dalla fretta dell’avvenire.

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