Africa/Cooperazione/Diritti/journal de voyage/Volontariato

Diario di un medico in Angola

di Lucia Palmieri 

Lucia è laureata in medicina e dopo l’università parte per lavorare sei mesi come volontaria in un ospedale dell’Angola. Fin dall’atterraggio in Africa si rende conto che la vita non sarà facile: pochi mezzi, molte emergenze e solo una grande motivazione per affrontarle. Ha deciso di essere medico nelle circostanze più difficili. In questo articolo, le sue esperienze raccontante “a caldo”; sullo sfondo, le contraddizioni dei paesi in via di sviluppo, l’impegno dei volontari di lungo corso, l’incontro tra medicina moderna e tradizionale in Africa. 

563049_10201355470582014_1418634101_nSu consiglio di amici ho deciso di raccontarvi quello che sto vivendo in Angola. Si tratta di una paese in forte crescita economica, ex colonia portoghese, ricco di risorse e materie prime (dal petrolio ai diamanti) e affacciato sull’Oceano Atlantico. La zona in cui mi trovo è il Cunene, regione del sud del paese, ai confini con la Namibia.

Arrivata a Luanda, l’immensa capitale sulla costa, lascio l’aeroporto accompagnata dall’autista dell’ONG e mi immergo in quello che sembra un caos totale: il traffico è infernale (quasi peggio di Calcutta, per intenderci) con improbabili giochi di precedenza tra furgoni ammaccati adibiti a taxi privati. Un uomo corre in moto con un kep da cavallerizzo…

All’orizzonte vedo grattacieli moderni, costruiti dai nuovi colonialisti cinesi, e immersi in baraccopoli e palazzoni-alveare pieni di parabole. Vicoletti di sterrato si dipartono dalla strada principale, con fogne a cielo aperto che si addentrano tra gli slum. Compaiono anche negozi di telefonia d’avanguardia, e pubblicità di ogni tipi: tutto prodotto in Cina. Questa città del terzo mondo è in realtà carissima, con prezzi paragonabili a New York.

Lo scorcio peggiore è quello di un fiume melmoso, ricoperto di rifiuti e molti oggetti di plastica. L’Africa è stata invasa da prodotti importati, cinesi e occidentali, compresi di imballaggio, senza la minima cura per la carenza di sistemi di smaltimento rifiuti, inceneritori o depuratori.

La zona più paradossale è quella vicino al mare dove si sta costruendo un enorme palazzo del governo con una cupola rosa tipo-Casa Bianca. E’ compresa una collina, unica area verde visibile. La zona è abitata solo dal presidente (in carica da 30 anni), ma è circondato da baraccopoli e ha la vista su una collinetta coperta anch’essa di baracche con colate di rifiuti che arrivano fino alle spiagge.

Prendo un volo interno per raggiungere Ondjiva, la capitale della regione dove lavorerò per l’ONG. L’aereo ha diversi scali come fossero fermate di un bus, e imbarcandosi bisogna dichiarare la destinazione e indicare chiaramente quali sono i propri bagagli, controllando a ogni sosta dal finestrino che non vengano scaricati per sbaglio.

Al mio arrivo trovo ad attendermi Fabio, pediatra, e sua moglie Paola, pneumologa, che mi fa da tutor. Mi racconta nel corso del viaggio di avere lavorato due anni in Sud Sudan, e di essere confortata dal fatto che almeno in Angola non ha ancora visto la guerriglia.

L’ospedale in cui lavoriamo è governativo, e pieno di problemi. Quando finiscono i farmaci per la tubercolosi, gli antibiotici o i 1231683_10201362011585535_287261701_n
presidi vitali (come le cannule per le flebo) la risposta della direzione è: comprateli coi soldi del Cuamm
(l’ONG).Fabio e Paola l’hanno fatto, ma utilizzando il fondo di emergenza… Se anche il governo ha i fondi, le priorità sono probabilmente considerate altre.

Un altro problema è la sproporzione nella distribuzione dei medici: vengono formati pochissimi medici angolani, e per ragioni storiche e di buoni rapporti politici si trovano molti cubani e russi, ben pagati ma abituati a fare poche ore in ospedale e tante ore di libera professione nelle grandi città. Si disinteressano in questo modo della povera gente che non può permettersi consulenze costose e deve rivolgersi alla sanità pubblica.

A Ondjiva c’è un ospedale con 50 medici, tra i quali molti specialisti, e i posti letto sono 150. Paola e Fabio lavorano nel paesino di Chiulo, aiutati solo da un chirurgo russo impiegato dal governo, e hanno 200 posti letto e 300 pazienti. Non ho sbagliato i conti: quelli in eccesso stanno sul pavimento, nei corridoi, i bambini sono distesi due per letto…

Il motivo della s

proporzione è semplice: a Ondjiva si sta bene, si lavora poco e si viene pagati allo stesso modo. Ma la qualità del servizio è comunque pessima, e molti pazienti vengono da noi perché insoddisfatti dalle diagnosi fatte nell’ospedale della capitale. Fabio mi racconta di una ragazza mandata a Ondjiva per una consulenza ortopedica (aveva una brutta scoliosi). Lui aveva pensato si sarebbe dovuto operarla, o fornirle un busto, ma la prescrizione dei medici della capitale è stata integratori di vitamina D e dieta di formaggio…

Vengo alloggiata dai miei colleghi in un quartiere con sette case circondato da una rete e sorvegliato da un guardiano. Per arrivare all’ospedale si deve solo attraversare la strada, ma Fabio mi spiega che le misure di sicurezza sono servite dopo che una dottoressa è state aggredita di notte mentre si recava ad una visita.

Essere chiamati per delle urgenze notturne non è raro: ci si inoltra nel buio con la torcia, perché l’elettricità nel villaggio è fornita da generatori e dalle 23 alle 7 è sempre disattivata. Non esistono “turni”: se capita, si lavora anche il giorno successivo.

1239911_10201362008625461_1601184697_n

Stimo molto Fabio e Paola, che sono giovani ma già estremamente competenti: master in malattie tropicali a Liverpool e lunga esperienza di lavoro a Londra; sono molto aggiornati sulle linee guida dell’OMS ma qui non tutto è praticabile. I laboratori non hanno solo macchinari rotti o mancano di banali attrezzatura, ma a volte inventano addirittura i risultati delle analisi (per esempio, tutte le febbri vengono riferite come malaria). Gli infermieri sono invece figure fondamentali, non solo per l’esperienza e l’occhio clinico ma anche come interpreti del dialetto locale. Manca però in Africa una figura fondamentale: l’health officer, il “paramedico”, che permette di smistare tra patologie banali e casi gravi, evitando di sovraccaricare gli ospedali .

Dopo un primo giro di visita in ospedale, sono scoraggiato. L’igiene è carente anche in sala ambulatoria, le latrine non funzionano, i pavimento non vengono puliti e trovo acqua stagnante dentro i respiratori. Fra gli strumenti, i laringoscopi sono senza lampadina, quindi bisogna incanulare “al buio”…per quanto riguarda i ferri, sono lasciati sparsi in giro e non sempre vengono sterilizzati.

La pediatria è divisa in tre aree, una delle quali regalata dall’associazione “Amici di Lulù” di Niccolò Fabi. E’ utilizzata per accogliere i pazienti con problemi di malnutrizioni, è colorata e pulita. Ma non capisco come mai venga usata molto poco, se non per assenza di infermieri.

Il risultato è che i pazienti malnutriti vengono ospitati insieme agli altri, correndo il rischio di contrarre ulteriori malattie. Fabio si sta occupando di segnalare alla direzione sanitaria l’importanza di dividere i pazienti…

Nel villaggio è in corso un epidemia di tifo e gastroenterite, per cui sono ricoverati 85 bambini. Un giorno arriva in pronto soccorso un ragazzo in stato di coma, magrissimo e paralizzato nella parte destra del corpo. Ci informiamo se è stato visitato prima dal curandero, gli “stregoni” del posto che spesso si rivelano dei veri e propri ciarlatani. Fabio racconta di alcuni pazienti avvelenati dai presunti guaritori, e di bambini ricoverati con scarnificazioni sul petto operate per “lasciare uscire la malattia”.

Lavorando ancora in ospedale, assisto a un parto curato da due infermiere ostetriche in cui vengono fatto nascere due gemellini bellissimi. I reparti sono divisi tra maschi e femmine, e quello delle malattie infettive è affollatissimo.

Il peggio è però una zona chiusa a chiave e sorvegliato da guardie armate: è la zona carcerati, che sono in 10 (di cui 8 con tubercolosi aperte). Una settimana fa è andato in coma e morto un giovane carcerato, a causa del rifiuto dei guardiani a lasciare entrare gli infermieri. Mi chiedo quali siano le condizioni nelle “vere” carceri.

Per le diagnosi, abbiamo un apparecchio da RX, ma il tecnico si presenta saltuariamente. L’ecografo è vecchissimo, altri strumenti sono pochi o danneggiati. In tasca tengo un termometro e una pila…penso ci vorrà spirito d’adattamento e intuito diagnostico…e soprattutto fortuna!

Io sono stata i vostri occhi, ora tocca anche a voi fare qualcosa! 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...