Guerra/History/Letteratura

Corea

di John Mc Gahern – traduzione Giuseppe de Berardinis

Pubblichiamo la traduzione inedita del racconto di John Mc Gahern “Corea”, contenuta nella raccolta “The collected stories” (1992). Le opere dell’autore -celebre in patria, ma quasi sconosciuto in Italia- sono caratterizzate dalla descrizione attenta e minuziosa della vita rurale in Irlanda nel secolo scorso, con la presenza di riferimenti molto spesso autobiografici.

Giuseppe s’imbatte per la prima volta nello stile crudo, arido e spietato di Mc Gahern durante il suo Erasmus in Irlanda. Innamoratosi di quest’autore “sui generis”, decide per la sua tesi di laurea di tradurre, per la prima volta in italiano, uno dei racconti brevi tra i più toccanti e famosi dello scrittore irlandese.

 mcgahern

«E così hai anche visto un’esecuzione, vero?» chiesi a mio padre. Iniziò a raccontare mentre remava. Fu catturato in un’imboscata negli ultimi mesi del 1919 e in quel periodo si sparava ai prigionieri nel carcere di Mountjoy come rappresaglia. Pensava che sarebbe stato lui il prossimo, perchè dopo pochi giorni lo avevano trasferito nella cella accanto al cortile della prigione. Poteva vedere fuori attraverso le sbarre. Nessuno bussò alla sua porta quella notte, e all’alba vide uscire marciando i due prigionieri che erano stati scelti per essere fucilati: un uomo sulla trentina e quello che sembrava essere poco più di un ragazzo di sedici o diciassette anni in lacrime. Bendarono il ragazzo, ma l’uomo rifiutò di farsi bendare. Quando l’ufficiale urlò il ragazzo si mise sull’attenti, ma l’uomo rimase com’era, masticando molto lentamente. Aveva le mani in tasca.

«Tira fuori le mani dalle tasche» urlò di nuovo l’ufficiale seccato.
L’uomo scosse lentamente la testa.
«È un po’ troppo tardi per farlo» disse.

L’ufficiale ordinò allora di fare fuoco e mentre la raffica risuonava, il ragazzo si strappò la divisa in corrispondenza del cuore, come a voler cercare di estrarsi i proiettili. I bottoni della divisa volarono in aria prima che lui cadesse in avanti sulla propria faccia.

L’altro cadde silenziosamente all’indietro, di schiena. Forse perché aveva le mani in tasca.

L’ufficiale finì il ragazzo con un colpo di revolver mentre giaceva faccia a terra, ma scoppiò cinque proiettili in rapida successione sull’uomo, come a voler fargli pagare il fatto di non essersi messo sull’attenti.

«Quando ero in luna di miele alcuni anni dopo, era maggio e prendemmo la funicolare che da Sutton Cross saliva su per la collina di Howth» disse mio padre smettendo di remare. «Ci sedemmo in alto all’aperto sui sedili di legno con la ringhiera intorno che la faceva somigliare a una barca. Il mare era sotto di noi, il suo profumo e quello delle ginestre in fiore tutt’intorno. Poi guardai in basso e vidi un’esplosione di germogli di ginestra e il modo in cui volavano in tutte le direzioni come i bottoni quando lui iniziò a strapparsi la divisa mi sconvolse. Non riuscii a togliermelo dalla testa per tutto il giorno. Rovinò la giornata».

«Chissà perché le loro mani non erano legate?» gli chiesi mentre remava tra il segnale di navigazione nero e quello rosso, dove il fiume entrava a Oakport.

«Credo perché fossero considerati dei soldati»

«Pensi che il ragazzo si sia messo sull’attenti perché sperava di poter essere ancora liberato obbedendo agli ordini?»

«Mi sembra un discorso da ingenui. Questo è perché passi troppo tempo a scuola» disse in modo aggressivo e io rimasi in silenzio. Per me era una novità assoluta sentirlo parlare della sua vita. Prima se gli avessi chiesto della guerra avrebbe messo le mani davanti agli occhi, come per togliere di mezzo una ragnatela, ma era la mia ultima estate con lui sul fiume e ciò sembrava invogliarlo a parlare, a darmi qualcosa di sé prima che finisse.

Poco a poco iniziai a raccogliere la lenza palpitante di pesci; c’erano quasi tre chilometri di lenza, con gli ami distanti tre metri l’uno dall’altro legati alla lenza principale. Il permesso di pesca ci consentiva al massimo mille ami, ma ne usavamo di più. Eravamo gli ultimi rimasti a pescare per lavoro in quelle acque dolci.

A mano a mano che le anguille entravano nella barca da un lato, tagliavo la lenza e le mettevo in una gabbia di metallo, dove scivolavano l’una sull’altra con l’amo contorto ancora nelle loro bocche. C’erano altri tipi di pesce: lucci, soffocati da pesci persici usati come esche che avevano provato ad ingoiare, carpe e carassi. Feci scorrere le assi del pavimento della barca verso la prua. Li avremmo venduti in paese o dati via. Pulii gli ami che non erano stati ingoiati e li attaccai in fila attorno a un lato della scatola di legno. Lasciai cadere la lenza al centro di essa. Dopo un miglio ci scambiammo i ruoli, lui a poppa e io ai remi. Tutti dormivano ancora e il fiume era immerso nel freddo e nella foschia del primo mattino. A parte per il rumore delle increspature causate dal lento movimento dei remi, l’agitarsi dei pesci sulla lenza che veniva recuperata, coperta da goccioline d’acqua che la facevano somigliare a una collana di perle e il muggito discontinuo del bestiame a riva, sul fiume regnava un silenzio di tomba.

«Hai già qualche idea su quello che farai dopo quest’estate?» mi chiese.

«No. Aspetterò e vedrò quello che succederà» risposi.

«Cosa intendi per quello che succederà?»

«Dipende dal risultato degli esami. Se il risultato è buono, ho qualche possibilità. Altrimenti, non avrò molta scelta».

«Come pensi che siano andati?»

«Penso bene, ma mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco, giusto?»

«Giusto» disse, ma c’era qualcosa di freddo e calcolatore nell’espressione del suo volto; ciò mi rese prudente nei suoi confronti mentre raccoglievo l’ultimo tratto della lenza. Per quando tirammo fuori dal canneto la grande gabbia di metallo, ci svuotammo dentro la pesca mattutina di anguille e la spingemmo di nuovo sotto l’acqua, si era fatto giorno e si sentivano già in lontananza i rumori delle fattorie e il ronzio delle prime mosche sul fiume.

«Ne abbiamo a sufficienza per fare una consegna domani» disse.

Ogni settimana spedivamo le anguille vive al mercato di Billingsgate, a Londra.

«Ammettiamo anche che andrai bene, non ti piacerebbe mollare del tutto questo paese e andare in America?» disse pesando bene le parole, mentre spingevo la barca fuori dal canneto dopo aver rimesso sott’acqua la gabbia di anguille, usando il remo a mo’ di palo e sollevando del fango giallo sporco tra le alghe.

«Perché in America?»

«Beh, è la terra delle opportunità, no? Un grande paese in espansione. Non c’è posto per chi ha ambizioni in questo buco di paese. Qui c’è posto solo per gli ubriaconi al pub»

Questi paroloni mi suonarono strani. Non gli appartenevano.

«E chi pagherebbe il biglietto?»

«Ce la faremo. Racimoleremo i soldi in qualche modo».

«Perché dovresti racimolare dei soldi per me e mandarmi in America quando posso trovare lavoro qui?»

«Sento di volerti offrire un’occasione che non ho mai avuto. Ho combattuto per questo paese e adesso vogliono togliere addirittura la licenza di pesca. Tu pensaci in ogni caso».

«Ci penserò» risposi.

Per tutto il giorno restò nel campo di patate a estirpare le erbacce dai solchi mentre io sostituivo gli ami sulla lenza e scavavo nella terra in cerca di vermi, con il dolore di quando fai una cosa per l’ultima volta e la noia prodotta dalla consapevolezza che presto non sarà più necessario farla, che ora, quella cosa, poteva quasi essere abbandonata. Il senso di colpa per la decisione di partire arrivò: stavo abbandonando la sua vita per prendere il comando della mia. Un uomo con una barca a remi avrebbe campato sui sempre più esigui profitti della pesca e non era neanche sicuro che sarebbe riuscito a ottenere il rinnovo della licenza. Il comitato per il turismo si era opposto all’ultima richiesta. Dissero che stavamo danneggiando i turisti che venivano ogni estate sempre in maggior numero per la pesca sportiva da Liverpool e Birmingham per sedersi su sedie a sdraio in alluminio in riva al fiume e pescare con le loro canne. Senza la pesca, i campi soltanto non sarebbero bastati a vivere decentemente.

Quando tornai indietro per mettere da parte i vermi nella terra, nel buio della latrina, lo vidi che parlava, piegato sul muretto, con Farrell il venditore di bestiame. Farrell era piegato sulla canna della sua bici in strada. Entrai nella latrina pensando che stessero parlando del prezzo del bestiame, ma mentre riempivo di vermi il recipiente, sentii la parola “Moran” e con prudenza aprii la porta per ascoltare. Era la voce di mio padre. Era entusiasta.

«Lo so, ho sentito la somma esatta. Si sono beccati diecimila dollari quando Luke è stato ucciso. Ogni vita di un soldato americano è assicurata per qualcosa come diecimila dollari».

«Ho sentito che prendono duecentocinquanta dollari a testa al mese per Michael e Sam mentre sono in servizio» proseguì.

«Stanno comprando bestiame a destra e a sinistra» la voce di Farrell mi raggiunse mentre chiudevo la porta e restai al buio, nella puzza di merda e piscio e l’odore caldo e marcio dei vermi che strisciavano in troppa poca terra.

La scioccante sensazione che provai fu la stessa che avrei provato più avanti nella vita facendo una figuraccia: una perdita di autostima e il bisogno di scivolare nella latrina a pensare.

Il corpo di Luke Moran era tornato dalla Corea in una bara di piombo, aveva attraversato il ponte di pietra al lento rintocco della campana con i macchinoni dell’ambasciata dietro. La bara era avvolta nella bandiera a stelle e strisce. Avevano sparato dei colpi sopra la tomba prima di richiuderla con la terra. Un addetto militare aveva donato alla famiglia le foto delle sue onorificenze.

Lui avrebbe racimolato dei soldi per il biglietto, io mi sarei arruolato laggiù e ogni mese avrebbe riscosso una certa somma in dollari e se fossi morto avrebbe ricevuto diecimila dollari.

Nell’oscurità della rimessa, in mezzo ai contenitori pieni di vermi striscianti, prima di montare la lenza per la pesca notturna di anguille, capii che la mia giovinezza era terminata.

Io remavo e lui lasciava scorrere la lenza. Le sue dita attaccavano le esche agli ami in un modo così perfetto che sembravano fare un unico movimento.

La notte aveva già steso la sua ombra da Oakport fino alla rimessa delle barche di Nutley, i pipistrelli volavano in cerchi minacciosi sopra le nostre teste, le ali delle anatre si flettevano mentre curvavano in basso, verso la baia.

«Hai riflettuto a ciò che ti ho detto riguardo al fatto di andare in America?» mi chiese senza sollevare gli occhi dagli ami e dal recipiente con i vermi.

«Sì».

I remi sprofondarono in acqua senza far rumore creando un cerchio che si allargò vorticando nella bonaccia e che lo oltrepassò mentre sedeva a poppa.

«Quindi hai deciso di approfittare dell’occasione?»

«No, non andrò».

«Non potrai dire che non ti ho dato l’occasione quando non riuscirai a combinare nulla in questo paese di matti. Ti scaverai la fossa da solo».

«Mi scaverò la fossa da solo» risposi e poi, dopo un lungo silenzio, gli chiesi: «Con il passare del tempo ti tornano ancora in mente i giorni della guerra e della prigionia?»

«Sì. E non voglio parlarne. Parlarti dell’esecuzione mi ha disturbato tremendamente… Ah, quei maledetti bottoni che volavano in aria! E la cosa che più mi tormenta è pensare che se mi fossi occupato dei miei di problemi e avessi lasciato questo paese cavarsela da sé, oggi starei molto meglio. Non ne voglio parlare».

Mentre remavo, pensai che saremmo rimasti per sempre in silenzio finché lui non mi chiese: «Pensi che stanotte ci andrà ancora bene?»

«È troppo calmo» risposi.

«A meno che non si alzi il vento della notte» disse lui nervosamente.

«A meno che non si alzi il vento» ripetei io.

Mentre la barca si muoveva sull’acqua calma e la lenza scivolava tra le sue dita oltre il bordo della barca, mi accorsi di non essermi mai sentito tanto vicino a lui prima di allora, neanche quando mi aveva portato sulle sue spalle a vedere la finale tra la folla festante. Osservavo ogni movimento che faceva con così tanta attenzione, come se anch’io avessi dovuto prepararmi a uccidere.

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