Israele/Multiculturalismo/Religioni/Reportage

Un Sabato qualunque

di Diletta Carmi

 

shabbat candles 007.1

Sono sul tetto di un palazzo ed è mezzanotte. Il palazzo ha soli tre piani, non è altissimo, ma data la sua posizione – sul Mount Scopus, la collina che ospita l’Università Ebraica – esservi in cima permette di avere una visuale piuttosto ampia sulla città, benché non totale.

Gerusalemme questa sera è illuminata da una luna piena di Maggio e dalle luci della metropoli. Individuo quattro importanti punti di riferimento davanti a me. A partire da sinistra il primo è la torre dell’Università, con in cima una luce rossa e il logo dell’Ateneo. Poi, poco più a destra e abbastanza lontana, spunta la Cupola d’oro, purtroppo poco visibile a causa delle luci soffuse che la illuminano e del mostruoso ed enorme hotel che le sta davanti. Ben più sulla destra invece, quasi ai confini della fetta di città che mi è visibile, spunta il ponte di Calatrava. Infine, nella stessa direzione ma un paio di colline più in basso, c’è un semaforo che lampeggia ininterrottamente di verde e di giallo. Fossi in una città qualunque penserei che è rotto, invece per me ormai quel semaforo funziona da calendario: lo vedo e so che giorno è. E’ un Venerdì sera e il semaforo non è rotto, bensì disattivato: essendo situato nel cuore di uno dei più grandi e discussi quartieri ultraortodossi, lasciarlo in funzione sarebbe inutile. Nessuno dei pochi rumori di motori che sento arriva infatti da quel quartiere, dove guidare diventa di fatto “vietato” durate Shabbat. Il venerdì pomeriggio la maggior parte delle strade di accesso all’area vengono transennate, e se qualche sfortunato turista alla guida si perde e ci finisce dentro se ne pente amaramente: i residenti si incazzano facilmente di Shabbat e non esitano ad accerchiare minacciosamente le auto, talvolta a buttarvi addirittura delle pietre addosso.

Gerusalemme è una città pazzesca, senza simili. Non è come nessun’altra città israeliana. E’ la città del conflitto e quella delle separazioni, è il condensato della tensione e delle contraddizioni. Ciò che vivi a Gerusalemme non puoi viverlo né a Tel Aviv né in nessun altro angolo di Israele. Come già mi è stato detto e sempre più capisco, per percepire il conflitto bisogna venire qui e respirare l’aria che tira. Se vuoi fare una vera “esperienza israeliana”, è qui che devi stare. Certo, bella Tel Aviv, ma per tanto così te ne vai a “Londra o Berlino… ché tolto il mare e i falafel, non cambia molto”.

Innanzitutto a Gerusalemme c’é il confine nazionale ed il muro di separazione. Ci sono i check points e migliaia di militari. C’é Gerusalemme Est, parte araba, e Gerusalemme Ovest, parte ebraica. C’é la città vecchia divisa in 4 zone, in 4 fedi. Ci sono i bambini arabi che rivendono biglietti del tram già usati – ma ancora validi – per qualche shekel in meno rispetto al prezzo pieno, e quelli ultraortodossi che giocano con palle sgonfie nei minuscoli e sporchi giardini di appartamenti fatiscenti. C’è l’università con i suoi suntuosi edifici e, appena al di là dei cancelli super protetti, un quartiere palestinese “che basta percorrere tre metri e sei nel Terzo Mondo”. Ci sono gli hotel di lusso e le strade senza indirizzo. Ci sono le case degli arabi dentro gli spazi dei dormitori universitari, quegli arabi che non se ne sono andati e sono rimasti inghiottiti quando nel 1967 Israele occupava quest’area per costruirvi dei quartieri ebraici che separassero Gerusalemme est dal West Bank, così da evitare che essa potesse poi venire rivendicata come capitale di un futuro Stato Palestinese.

A Shabbat tutto si ferma. Dal tramonto del venerdì a quello del sabato molte famiglie non accendono nulla di elettronico, non premono l’interruttore della luce, non usano le macchine, e non toccano soldi. La città è in coprifuoco e i mezzi pubblici non funzionano. Unica eccezione il centro, che per la gioia dei turisti e la felicità dei taxisti rimane sempre brulicante ed effimero, lontano della quotidianità del conflitto. Se da Mount Scopus vuoi andare in centro di Sabato devi prendere l’autobus arabo, che costa 25 centesimi in meno rispetto al biglietto dei mezzi pubblici israeliani, ma percorre solo le strade della Gerusalemme araba. Per me è facile usare i mezzi arabi e girovagare a Gerusalemme Est, ma non lo è per i miei amici israeliani, che sugli autobus hanno perso troppi cari e in Gerusalemme Est non hanno quasi mai osato avventurarsi.

Nel dormitorio universitario a Shabbat tutto tace, tranne le voce dei bambini e i girelli delle lavatrici comuni. Ma anche lì, nel Sabato dei bambini, vedi il conflitto: le famiglie israeliane giocano sul curatissimo prato all’inglese dello Student Village – il dormitorio per studenti internazionali; mentre i bambini arabi si aggirano attorno ai palazzi di Idelson – il dormitorio abitato per lo più da israeliani che spesso tornano in famiglia durante il weekend. Io vivo in quest’ultimo edifico, al piano terra, e ogni sabato vedo dalla mia finestra i bambini arabi che urlano più che mai mentre si sparano con pistole giocattolo o giocano a calcio. Sono le uniche voci che sento ogni Shabbat.

La mai coinquilina spesso torna dai suoi genitori di Sabato, ed allora scompaiono anche le nostre poche e concise conversazioni. Ogni tanto mi ritrovo col frigo vuoto, e l’unica opzione diventa il falafel davanti a casa, fritto e servito da un simpatico ragazzone musulmano che non smette di fare battute a sfondo sessuale, ma che almeno mi fa sorridere e chiacchierare.

Shabbat rimane uno dei tanti spartiacque in questa terra: isola di pace dopo una settimana troppo impegnata e caotica, pugno nello stomaco per chi non sa come occupare il tempo; giornata di affetto per le famiglie che si riuniscono a mangiare ed oziare, giornata di solitudine per tutti coloro che una famiglia non ce l’hanno. Unico momento in cui gli arabi “rioccupano la città”.

 http://dilettadecuin.wordpress.com/2014/05/19/un-sabato-qualunque/

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