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Elogio della parolaccia – Aspettando Cambronne

di Riccardo Vergnani

Les MisérablesAndare al cinema a vedere Les Misérables sembrava essere stata una cattiva idea. Sarà che nel film cantano in maniera ridicola tutto il tempo, sarà che nel momento in cui Fantine muore metà del pubblico presente (me incluso) è scoppiato a ridere, sarà che si sentivano i rumori del film proiettato nella sala a fianco (l’ultimo Die Hard, per darvi un’idea), sarà forse l’insieme di questi motivi, fatto sta che alla fine sono uscito piuttosto infastidito dalla spesa del biglietto.

Dopo qualche giorno di riflessione, però, ho deciso di leggere il libro. Sentivo che Victor Hugo andava riabilitato, in un qualche modo. Così, sono entrato nel mondo dei miserabili.

Per chi non la conoscesse, in breve la trama è questa: il ladro Jean Valjean, convertitosi grazie a un vescovo che l’aveva salvato dai lavori forzati, adotta la piccola orfana Cosette, figlia della prostituta Fantine, e tenta di crescerla al meglio nonostante gli intralci dell’ispettore Javert – suo acerrimo nemico. Lo sfondo è quello della Francia post-napoleonica, della Restaurazione e delle prima barricate parigine.

La parte più interessante è probabilmente quella che tratta della battaglia di Waterloo: Hugo ne traccia un quadro appassionante e allo stesso tempo storicamente preciso, dando vita a un piccolo classico della letteratura di guerra.

le_dernier_care_hillingfordDue capitoli sono dedicati al generale Cambronne, forse il personaggio più famoso della battaglia dopo Napoleone e Wellington: come narrato magistralmente da Hugo, a tarda sera, dopo la disfatta dell’esercito francese, i granatieri della guardia imperiale resistono ancora, stretti a quadrato, alle cariche della cavalleria inglese. Un ufficiale anonimo, mosso da pietà, interrompe gli attacchi proponendo ai coraggiosi soldati francesi la resa. La risposta di Cambronne, asserragliato anch’egli nell’ultima difesa napoleonica, è entrata nella storia: Merde!

Per Victor Hugo, fine scrittore di metà Ottocento, questa è “la parola forse più bella che un francese abbia mai detto”. È l’ultima parola dello sconfitto in faccia al vincitore, il moto di spirito dell’uomo libero schiacciato dalle circostanze, il gesto supremo del popolo condannato a morte dal potere.

Victor Hugo“Colui che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone messo in rotta, non è Wellington, che alle quattro ripiega e alle cinque è disperato, non è Blücher che non ha affatto combattuto; colui che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Poiché fulminare con una parola simile il nemico che v’uccide, significa vincere.”

Merde! è la Francia e i Francesi che non si arrendono.

Dopo aver letto queste righe mi sono trovato, come al solito, a riflettere sull’Italia. È ovvio che viviamo in un periodo in cui la parolaccia è abusata. Tacendo delle televisione (giusto per non sparare sulla croce rossa), basti pensare all’uso che ne sta facendo Beppe Grillo. La parolaccia ormai coincide completamente con tutti quegli improperi, offese e insulti che sentiamo, o leggiamo, circa ogni cinque minuti.

Beppe Grillo a NapoliPersonalmente, inizio a essere infastidito dalle parolacce di Beppe Grillo. Non certo perché queste tocchino una mia presunta sensibilità puritana…anzi, io adoro le parolacce, mi fanno ridere come un bambino delle elementari e adoro tutte le sfumare linguistiche dei nostri dialetti regionali. Ma, proprio per questo, ho come l’impressione che col grillismo, e altri fenomeni simili, le parolacce stiano perdendo il loro valore semantico.

La parolaccia ha bisogno del contesto giusto e del momento appropriato per essere tale. Cambronne grida Merde! agli Inglesi perché in quel momento era l’unica risposta possibile. Quando ci schiacciamo un dito, urliamo un sacrosanto Porcaputtana! dettato dall’istinto del dolore. Se qualcuno ci taglia la strada, lo mandiamo tranquillamente (si fa per dire) a quel paese, perché i tempi ristretti della comunicazione stradale non ci permettono un discorso più esteso. Lo stupore siciliano ha il suo Minchia!, l’inventiva romana il suo Limortacci… declinato in tutti i modi possibili e la dialettica emiliana il suo Mavacagher!. Pure tra amici ci si può insultare con simpatia, dato che la parolaccia è anche dimostrazione di confidenza, di rapporto paritario.

La parolaccia di Grillo, proprio perché usata in qualsiasi situazione, è decontestualizzata – quindi priva di senso. Asemantica. Il vaffanculo grillino, che nei primi tempi poteva essere un segno legittimo della diffusa rabbia sociale, oggi sembra più dettato dalla sindrome di Tourette che dall’indignazione. L’italiano, la nostra bellissima ed eterogenea lingua, ancora una volta sta subendo un duro attacco.

Dante_Alighieri_1Io dico: riprendiamoci le parolacce. Smettiamola di usarle in qualsiasi momento, e diamo loro il valore che meritano. Come Cambronne, glorifichiamole per mezzo della significazione: le cose non hanno un valore in sé, ma per le relazioni da cui dipendono e che esse stesse creano. Torniamo a scoprire i contesti, e diamo alla nostra lingua quel profondo valore popolare –  e allo stesso tempo artistico – che ha avuto sin dai tempi di Dante Alighieri.

E, ancora una volta, Merde! agli Inglesi.

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Le citazioni de I miserabili sono estratte dall’edizione di liberliber.it.

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