Anthropology/Israele/lingue straniere

L’alfabeto

2014-01-27 19.45.19

di Diletta Carmi

Io le lingue non le ho mai studiate sui libri, e quando l’ho fatto le hoimmagazzinate in un angolo del cervello da cui era facile cancellarle non appena passato l’esame di turno. Io le lingue le ho sempre imparate sul campo, quando mi sono inoltrata in solitudine in terra d’altri e non ho avuto altra scelta che ascoltare, imitare i suoni, improvvisare adattamenti dall’italiano al francese, inventare nuovi vocaboli con la speranza che significassero qualcosa per i miei interlocutori. Ho iniziato così a improvvisare lo spagnolo mentre vagavo sulle Ande argentine, dove camminato da sola sui letti dei fiumi e la carenza di ossigeno dei 4000 metri rendeva ancor più difficile i racconti di vita con gli altri backpackers che come me scoprivano la vulnerabilità dell’essere umano in un luogo dove mai nessuno potrebbe salvarlo se mai succedesse qualcosa. Ho appreso il francese quando è diventato mezzo di comunicazione e confidenza nelle notti di una casa abitata da tredici personaggi strani, dove non sentire voci era impossibile e sentirle in altri idiomi era semplicemente contro le norme nazionali di buon costume.

Parlare la lingua del posto in cui si è è la porta d’accesso per scoprirne le logiche, i non detti e i doppi sensi, per cogliere gli schemi cognitivi dei suoi abitanti e le relazioni intessute nei secoli di convivenza con gli altri universi del mondo. E’ poi l’unico modo per diventare agli occhi dei residenti legittimi ospiti, per poter non farsi maltrattare da commercianti che ce l’hanno con tutti i turisti (forse pensando che se sono fuori casa allora sono ricchi e la mancia, i commercianti, se la possono prendere da soli, senza chiederne il permesso), per farsi invitare ad uscire da un gruppo totalmente composto da locali, che così non dovranno imbarazzarsi quando  alla terza birra non riusciranno più a sostenere lo sforzo del parlare inglese, per non dover chiamare quattro volte la tua compagnia telefonica, in attesa che risponda un operatore che al tuo “I don’t speak hebrew” non risponda logicamente in ebraico.

Ma l’ebraico, a differenza dello spagnolo e del francese, non posso acquisirlo per strada. Le uniche parole che capisco sono i vocali universali, quelli tipo “shalom”, “sababa” o “lo todà”, e quelle frasine che ripeto da un ambizioso cd che pretende di insegnare l’ebraico in 30 lezioni (senza un minimo cenno alla scrittura), che ho deciso di ascoltare per testarne la veridicità.

2014-01-27 19.42.30Urge perciò un vero corso. Ma l’ulpan, un corso “in cui ti aprono la testa-ci mettono l’ebraico-la richiudono”, cade proprio nelle mie ore di lezione universitarie perciò l’unica cosa che posso fare è trovare un noioso corso individuale, magari a casa di una vecchia professoressa dotata di occhiali a fondo di bottiglia e pronta a picchiare la bacchetta sulle mie mani non appena mi distraggo a guardare la mosca che ronza attorno ai libri impolverati sullo scaffale.

Citofono al suo campanello – a cui sono arrivata grazie all’indicazione di una compagna – pronta ad addormentarmi, già stremata da 10 ore di lezione accademica. Da quello che avevo capito oggi ci saremmo dovute incontrare solo per discutere a proposito delle lezioni: orari, luoghi, prezzi e fatica. Salgo le scale e apro la porta. Presumo sia questa, è l’unica nel palazzo da cui provengo suoni, in più c’è un cane cha abbaia: deve proprio essere questa! Butto gli occhi al di là della porta, ma qualcosa non va.

C’è una foresta di capelli ricci, molto in alto. La professoressa deve essere stata una modella da giovane: sembra anche molto magra. E poi si veste larga, molto giovanile, e sta tenendo un cagnone al collare.

Faccio un passo più avanti, la professoressa alza la testa.

Io sorrido mentre capisco dove sono. Sono in una deliziosa casa piena di bellissimi servizi cinesi da té, maschere africane, piante e piantine e lampade dalla piacevole luce gialla. Qui vivono due ragazzi molto giovani e sorridenti, che potrebbero benissimo essere dei miei amici a giudicare dall’ambiente che si sono creati attorno. David, padrone di un cagnone enorme e bellissimo, il cui peso dei capelli compete con quello del suo esile fisico, mi darà lezioni private a “prezzi studenteschi”. Io in cambio farò ripassare a sua madre l’italiano.

Alla fine della prima ora di lezione ho imparato l’alfabeto dalla א alla ל, e so finalmente scrivere il mio nome in ebraico: הטליד. Niente bacchetta.

di Diletta Carmi

Breve nota sulla’ Autrice

Diletta si è laureata in Antropologia all’Università di Siena, ha scelto di proseguire i suoi studi con un Master in Peace Studies a Gerusalemme, dove attualmente vive e scrive. Potete inseguire i suoi pensieri sul suo blog Malekè, http://dilettadecuin.wordpress.com. 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...