Asia/India/Viaggio

Islamic vodka

di Matteo Tomasina 

Ho passato la prima notte in India all’aeroporto di Hyderabad, nell’attesa che venga giorno e per decidere se aspettare ancora che Barghav (il contatto di AIESEC che ho in India) venga a prendermi o per arrangiarmi da me a raggiungere la città. Non tutto funziona perfettamente con le cose di AIESEC in India, mi sto già rendendo conto.

Ma più che gli imprevisti, può l’entusiasmo. Il mio volo è partito da Milano, e ha previsto un solo scalo a Doha con un cambio. Undici ore in tutto, per atterare direttamente a Hyderabad. Al check in di Malpensa mi ha attaccato bottone un ragazzo italiano, di Varese, che sta per partire per la Thailandia. Da lì si sposta in Malesia, e poi ha uno working visa per l’Australia. Trasmette un senso di ottimismo, ha modi sicuri. Il fatto che mi abbia attaccato bottone dal nulla (solo per il fatto di essere in fila assieme) tradisce un modo di fare non molto lombardo, ma che forse si è lasciato un pò contaminare dalla spontaneità sudamericana, visto che ha viaggiato sei mesi anche in Brasile, lavorando occasionalmente in qualche ostello. O forse è semplicemente uno così.                                                                                                                      Il suo lavoro gli permette di lavorare per metà dell’anno (ha in gestione la spiaggia di uno stabilimento balneare), guadagnare bene e viaggiare il resto del tempo. In fondo, spenderebbe di più restando in Italia.   Adesso tenta la carta dell’Australia, mi spiega che è difficile trovare uno sponsor là per fermarsi. Ma può comunque lavorare un anno, mettere da parte dei soldi o almeno pagarsi la vita e il ritorno. Mal che vada, avrà un’esperienza da raccontare. Mi conferma una cosa che avevo già sentito da altri, cioè che lo working visa australiano può essere ottenuto ma è del tipo “one chance in life”, si può fare una volta e poi mai più. Tutti abbiamo una chance nella vita di diventare australiani, insomma. Al ritorno, penserà a un altro progetto o continuerà a fare la vita itinerante a metà che sta facendo adesso. Non è l’unico al mondo che cerca di vivere viaggiando, e neanche uno dei più radicali. Stiamo tornando a una sorta di nomadismo in versione postmoderna.

In aereo ho incontrato anche Philippe, un signore francesce che è fra la schiera di europei innamorati dell’India. E’ al suo secondo viaggio, ha già visitato il Sud e ora vuole fermarsi più di un mese nel Nord. Mi mostra il suo lungo itinerario, costellato di posti che non ho mai sentito, sulla sua guida Routard, mentre io gli faccio vedere Hyderabad sulla Lonely Planet. C’è stato, mi mostra alcune foto sulla sua macchina digitale: ovviamente, il solito Charminar. Ma anche il festival dei colori, che si tiene in Aprile, quando c’è la tradizione di gettarsi addosso tinture rosse, blu, gialle e di altri toni sgargianti. A questo punto non si ferma e procede con lo slideshow, andando avanti a farmi vedere qualche centinaio di foto scattate tra Mumbai e il Tamil Nadu, passando per Goa e il Kerala. Mi sfila davanti agli occhi l’architettura portoghese dell’ex colonia, gli edifici coloniali inglesi, insieme a un innumerevole quantità di templi e divinità indu, coloratissimi quelli ancora in uso, monumenti di pietra diroccata ma immortale quelli antichi. Mi mostra anche fortificazioni ciclopiche, una delle quali assomiglia a una sorta di muraglia cinese, che si staglia a perdita d’occhio seguendo il profilo delle colline ma circonda una sola città. L’architettura militare del subcontinente ha prodotto opere monumentali, a smentita della reputazione pacifica degli indiani. Philippe è un lavavetri, gli chiedo come mai è cosi attratto dall’India. “Apprezzo le persone”, mi dice, nel misto di inglese, francese e italiano con cui cerchiamo di comunicare. “In Europa stiamo tutti per conto nostra, in India c’è piu umanità, calore, contatto e gentilezza. Non si può non dire che gli uomini non sono diversi. In India non ti senti mai solo”.

L’aereo della Qatar ha sorvolato con tutta l’indifferenza del businees i Balcani, la Turchia e la Siria l’un contro l’altra armate, e infine l’Iraq per dirigersi verso Doha, la meta dello scalo. Una compagnia di un paese arabo si riconosce per molti fattori. Non tanto per stewart e le hostess, che vestono all’occidentale. Ma perchè sul menu c’è l’avviso che la carne e’ preparata secondo principi islamici, e sugli schermi posti davanti a ogni seggiolino spesso scorre la pubblicità di una qualche associazione mussulmana che promuove i valori e offre sostegno ai fedeli in tutto il mondo. Il menu è a scelta, e può essere anche vegetariano o “hindi”. La cosa che più mi colpisce è che a intervalli regolari viene anche proiettata su uno schermo al centro del corridoio la direzione in cui si trova al momento la Mecca (a sud-ovest per tutto il corso del viaggio), con tanto di distanza chilometrica. Nessuna sembra farci caso.

La contraddizione arriva però quando, al passaggio del carrello delle bevande, fra le varie cose offerta, troneggia anche una bottiglia di Smirnoff e un’altra di un whisky. Forse, più che voler essere ossequiosa a dei principi religiosi, la compagnia cerca di offrire più tipi di servizi possibili, agli occidentali come agli arabi. Ne approfitto per un bicchierino in omaggio di quelle che per me sono le vecchie tradizioni. Spengo anche le pubblicità dell’internazionale mussulmana e seleziono dal menu dei film dello schermino del sedile “Io e Annie” di Woody Allen, che mi ero detto di guardare prima o poi.

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