Asia/India/Viaggio

Arrivo a Hyderabad

di Matteo Tomasina

L’India mi fa sentire terribilmente estraneo. Non sono solo io ad essere in contatto con un nuovo mondo, ma è come se dall’esterno potessi percepire la mia alterità rispetto a quello che ho intorno, tanto da arrivare a chiedermi effetivamente cosa ci faccio io qui. A volte ho il timore di essere preso per un corpo esterno, e in questo senso violentemente rifiutato, come per una reazione di rigetto. Questa sensazione ce l’ho fin dall’imbarco da Doha (dove cambia l’aereo che ho preso Milano) per Hyderabad. All’arrivo nella città del Qatar gli altri europei che erano con me nel primo aereo prendono altre direzioni, come Dheli o Bangkok, e nella saletta di imbarco rimango l’unico occidentale insieme a due ungheresi, ingegneri ambientali, che prendono il mio stesso volo ma per andare ad un convegno sulla biodiversità. Per loro stessa ammissione dell’India vedranno giusto, per pochi giorni, le strade e il centro congressi, per poi di nuovo essere catapultati sull’aereo.

Per il resto, ci sono solo indiani. Accanto a noi siedono due donne completamente vestite di nero, il volto del tutto coperto con l’unica eccezione degli occhi da un lungo velo. Si tratta del niqab, una delle varianti sunnite del “velo” islamico, simile al burqa afghano ma caratterizzato dal fatto di lasciare visibili almeno gli occhi. Di fianco a loro alcuni uomini, con la pelle scura e la barba lunga, in sandali e camicione bianco che arriva fino alle caviglie. Dall’altro lato, donne in sari dai colori sgargianti, e la “goccia rossa” sulla fronte, uno dei segni tipici della tradizione indu. Altri uomini sono vestiti con jeans e camicia a quadri. Sono tutti indiani, nessuno sembra considerarmi.

Atterato a Hyderabad, alle quattro del mattino, lo scenario umano è lo stesso. Non c’è una donna vestita vagamente all’occidentale, tutte indossano sari o veli islamici. Gli uomini potrebbero essere, ai miei occhi, indifferentemente afghani, arabi, o indiani; io comunque sono l’unico europeo. Un gran numero di poliziotti tiene a bada il lungo cordone di gente affollata agli arrivi. L’aeroporto è moderno, è c’è più o meno tutto: un bar con le sedie di velluto, vari venditori di panini, una piccola libreria, l’ufficio informazioni e l’agenzia turistica.

Visto che i membri del comitato Aiesec di Hyderabad, la mia associazione di riferimento, non hanno rispettato l’accordo di venirmi a prelevare, devo cercare da solo un posto dove dormire. Al piano terra c’è quello che sembra un albergo, piccolo ma apparentemente lussuoso. In realtà è qualcosa di leggermente diverso, un “affittapisolini” o un “affittapause”: si occupa un letto o un divanetto pagandolo a ore. Accetto venga conteggiato anche il riposo, e prendo una camera per quatttro ore, dopo avere dato una sbirciata alla mia prima alba.

Il giorno dopo ricevo per email (nell’aeroporto c’è anche l’internet point, come dovunque in India) le scuse di Aiesec e l’indirizzo del posto in cui devo arrivare, l’alloggio che mi viene fornito dall’associazione. Gli indirizzi a Hyderabad non hanno strada e numero civico, ma solo il nome del quartiere, il nome della casa e il numero dell’interno – così mi ritrovo in mano un’indicazione del tipo “Krishna Apartment, di fronte allo Small Hospital, Banjara Hills”. Contratto con un taxista che fuori dall’aeroporto sembra esattamente dove deve portarmi e mi immergo per la prima volta nel traffico indiano.

Le regole delle corsie non esistono, e a mala pena i sensi di marcia. Il mio autista sorpassa a destra, a sinistra, si infila in ogni passaggio pur di superare, a volte salta dentro e fuori dalla strada. Lo fa con una confidenza e un’impassibilità tale che a malapena mi preoccupo (non ho ancora visto nessuno urlare e dare di nervi in una strada indiana, come se il caos fosse una cosa del tutto naturale). Non capisco con che logica o che spirito ci si attacca al clacson, ma a un certo punto mi rendo conto che è una sorta di avviso di sorpasso, o a volte solo un modo per dire “ci sono”. Un sistema forse efficace, visto che sembra non butti mai l’occhio nemmeno allo specchietto.

Lo spettacolo di ciò che appare sulla strada è quasi indescrivibile. Non solo auto, ma una quantità incredibile di moto, su cui sono caricate spesso due o tre persone, a volte un’intera famiglia. Una signora tiene in braccio due bebè, seduta come una cavallerizza con le due gambe dallo stesso lato sul sedile posteriore. Noto che generalmente solo gli uomini guidano. Lo smog è terribile, e in effetti penso che in questo caso le donne velate siano più fortunante. Alcuni hanno fazzoletti e kefia legati alla bocca e al naso per non respirare l’inquinamento, ma è più l’eccezione che la regola. A volte, addirittura, compare qualche casco. Rimpiango di avere la mia sciarpa in valigia. Elisa, la ragazza italiana che mi ha preceduto ed è già da cinque giorni a Hyderabad con lo scambio di Aiesec, mi aveva avvisato di portarla.

Ai margini della strada molti uomini a piedi spingono dei carretti, ma vedo soprattutto passare sciami di risciò gialli motorizzati, il mezzo di trasporto più comune ed economico di Hyderabad, che funziona come una sorta di velocissimo taxi. Sono coloratissimi e personalizzati, si guidano come un’ape car e si avviano con una buffa leva sotto il sedile del guidatore. Hanno motori scoppiettanti e caricano a volte anche cinque o sei persone.

Le distanze di sicurezza non esistotono, e tutti arrivano sempre fin sotto l’altro veicolo, sfiorando appena l’incidente. Tranquillamente, chi vuole attraversare la strada si butta in mezzo e aspetta che una corsia sia libera o un’auto si fermi, a volte anche parlando tranquillamente al cellulare. La cosa più assurda che vedo, che mi trasmette quasi un senso di surrealtà, è una intera famiglia di indiani, carichi di cose, entrare in città seguiti da due pacifici dromedari

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