Asia/India/Viaggio

Bestie, uomini e dei (parte 1)

di Matteo Tomasina

Tutti restano colpiti dall’odore dell’India (e in effetti un odore dell’India c’è, un sapore forte vagamente dolciastro di qualcosa che ogni tanto si ripete e ti fa esclamare “sa di India!”), ma a me ciò che più impressiona all’inizio a Hyderabad sono i suoni. Tranne nelle ore notturne (la città si addormenta profondamente non troppo tardi, verso l’una di notte) non passa momento in cui dalla strada o dalle case non provenga un qualche rumore, e tutto continuamente vibra come in un immenso vespaio. Ai suoni del clacson insistente che provengono dalle strade trafficate ormai non ci si fa più neanche caso, non si sobbalza più pensando che qualcosa di grave stia succedendo là fuori. Molti autoveicoli, e tutti i coloratissimi camion Tata che corrono stracarichi di sacchi, legname, metallo o quant’altro serve all’industria indiana in ruggente sviluppo, hanno scritto nella parte posteriore “suonare il clacson prego”. L’inquinamento acustico qui è ordinaria amministrazione, e non ha neanche nulla di offensivo.

Dalla strada provengono anche continuamente rumore di persone al lavoro, un continuo picchiettare di uomini impegnati a costruire e ristruttrare edifici apparentemente all’infinito. Si lavora con metodi grezzi, senza macchinari, gli uomini che martellano, avvitano e picconano e le donne che vanno e vengono con sacchi e ceste pienedi utensili sopra la testa. Vanno avanti ogni giorno per alcune ore, poi cadono addormentati su mucchi di sabbia all’ombra, o si stravaccano a guardare i passanti.

Rumori più straordinari sono quelli dei fruttivendoli e verdurai ambulanti, che girano per tutta la città spingendo a braccia i loro carretti, e urlando parole a me incomprensibili ma che immagino siano inviti a buttarsi sui prodotti. Un venditore in particolare ha un urlo piuttosto invadente, che sembra quasi uscire da un altoparlante e che per pochi secondi si sovrappone a tutti gli altri rumori: passa tutte le mattine sotto il mio appartamento, e la prima volta mi sembra emetta un suono talmente alieno che appena lo sento corro in balcone per cercare di capire cosa succede. Vedo un uomo anziano con la pelle scurissima, cotta dal sole, in camicia e con un turbante avvolto intorno alla testa: sembra una specie di un santone pellegrino ma invece che virtù trasporta un carretto carico di cipolle, su cui è appoggiata anche una pesante bilancia in ottone a due bracci, il suo strumento di misurazione. Sembra un uomo uscito da un’altra epoca, come quelli di mille altri mestieri che si incontrano lungo la strada: il fabbro che batte ancora il metallo buttando scintille mentre la moglie scuote un grande mantice, le botteghe delle sarte, i venditori di ferrivecchi, le donne che passano di casa in casa a raccogliere il bucato comune, gli uomini che stirano i vestiti scaldando il metallo del ferro con braci ardenti, i macellai che tirano il collo alle galine di fronte ai clienti, una moltitudine di venditori di cocco, banane, e spremitori di bambu da cui ricavano un succo dal colore verdognolo ma dal sapore dolcissimo.

Se non fosse per le auto, e per il fatto che chiunque, anche la moglie del fabbro, ha quasi sempre in mano un cellulare, potrebbe essere la stessa vita di mille anni fa.

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2 thoughts on “Bestie, uomini e dei (parte 1)

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