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NCO, Nuova Cronaca Organizzata (1) – Un nuovo Welfare State

di Lorenzo Scalchi

Nuova Cronaca Organizzata (NCO) è un reportage giornalistico condotto da Lorenzo Scalchi, giovane studente di sociologia impegnato in un lungo lavoro di ricerca a Casal di Principe. Questo insieme “organizzato” di puntate, ognuna dedicata ad un esempio di riscatto economico e sociale in terra di camorra, prende il nome da NCO, Nuova Cooperazione Organizzata, marchio di un circuito di economia sociale formato da cooperative ed imprese che operano sui beni confiscati alle mafie nel territorio di Casal di Principe e dintorni. L’acronimo si ispira ironicamente alla Nuova Camorra Organizzata, cartello criminale napoletano creato dal boss Raffaele Cutolo, che negli anni ’70 e ’80 ha aperto canali diretti tra la camorra, le imprese del territorio e lo Stato. Da lì, l’inizio del declino di un’intera regione. Ora qualcosa si sta invertendo. Il reportage vuole parlare liberamente non solo di un’economia fondata su azioni criminali ma, soprattutto, dell’esigenza di un’economia che parta dalla volontà di riscatto e di riorganizzazione del territorio. 

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La definizione esatta è: modello innovativo di Welfare. Il progetto, la rete, il modello da seguire per riscattare Casal di Principe, la capitale del cosiddetto “O’ Sistema”, è un intervento innovativo di sviluppo locale, ideato e promosso da alcune associazioni e cooperative sociali del territorio, con l’appoggio della Provincia di Caserta, delle università di Napoli, delle associazioni di categoria, di Legacoop Campania, Libera, Arci e Banca Etica. Da sogno si sta trasformando in realtà: il sogno di liberarsi dalla “terra di camorra” per tornare a essere “Terra di Lavoro”, e di restituire alla cittadinanza i beni e i servizi che quotidianamente la presenza della criminalità organizzata sottrae ai diritti dei casalesi.  Il progetto è coordinato dal Comitato Don Peppe Diana, così chiamato in onore di quel sacerdote scout che nel 1994 smise di denunciare pubblicamente la camorra perché ucciso barbaramente nella sua stessa chiesa. Uno dei più nobili esempi di “coraggio sociale”.

CAMORRA: PROCESSO SPARTACUS, CONFERMA ERGASTOLI PER BOSSMa come si può descrivere Casal di Principe al mondo? E’ una domanda insidiosa, che mette nelle condizioni di fare il punto della situazione, dopo che tutti i riflettori mediatici dalla Sicilia di Riina e Provenzano si sono gradualmente spostati sul Clan dei Casalesi degli Schiavone, Bidognetti, Iovine e Zagaria. Il processo Spartacus, terminatosi nel 2008 in Appello e nel 2010 in Cassazione, ha azzerato i vertici dell’organizzazione, con una sfilza di arresti illustri che hanno decimato i superboss, gli eredi e gli eredi degli eredi. Il controllo militare dell’esercito, inviato dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni a Casale, San Cipriano d’Aversa e Casapesenna dal 2008 in poi ha, però, chiuso la porta della curiosità e delle notizie. Sembra tutto risolto dopo Saviano, Spartacus e Maroni. In realtà non è così: il clan dei Casalesi è una delle organizzazioni mafiose più forti e potenti sul piano internazionale, inserito nell’alta finanza e nei cicli produttivi del cemento e dei rifiuti di tutta la nazione. La camorra non ha perso, e non lascerà facilmente il territorio d’origine. Solo i cittadini potranno sconfiggerla. Una crisi di legittimità dei clan sarà totale quando saranno solide e ben impiantate sul territorio dei modelli alternativi d’integrazione economico-sociali. D’altronde, la crisi economica stessa lo impone. Come impone a decine e decine d’imprenditori casalesi di chiedere aiuto alle banche perché strozzati da debiti, tasse e una crisi di liquidità senza precedenti. Finché il modello della banca reggerà ancora, la banca più forte sul territorio resterà sempre e comunque l’organizzazione con maggiori risorse finanziarie: la camorra.

Questa, dunque, la situazione di Casale. Ma non l’ho definita, l’ho solo interpretata. Definirla è impossibile. Definire vuol dire “terminare”, porre dei limiti, costruire un prodotto finito. E questo non si può fare sulla piana di Aversa, perché Casal di Principe e altri paesi sono vulcani in eruzione. Ma ora non è più la camorra imprenditrice a innovare e innovarsi. L’innovazione si traduce, invece, in un ricambio di modello economico e in una ricerca di soluzioni non solo condivise, ma anche inclusive.
cartelloneLa vera novità di oggi è la reazione positiva della cittadinanza. Ma che s’intende fare? Il contesto storico è favorevole all’impostazione di un nuovo modello di sviluppo. Si deve infatti partire da un’analisi fattuale degli ultimi anni: lo Stato, attraverso i suoi organi repressivi e preventivi (forze dell’ordine e magistratura), ha condotto un lavoro egregio, colpendo direttamente la principale ricchezza della camorra: la detenzione assoluta della memoria collettiva, ossia i simboli della presenza tradizionale. Il punto di partenza sono i sequestri e le confische dei beni immobili e aziendali. Nel solo comune di Casal di Principe si contano 64 beni immobili confiscati in via definitiva dallo Stato. In tutta la Campania sono 1545. A questi ci dobbiamo aggiungere le aziende confiscate e i beni sequestrati (immobili e aziendali) che aspettano la sentenza di confisca di primo grado. Un’enormità, dunque. Una ricchezza che basterebbe per costruire ex novo una grande città.

Invece, una parte della libera cittadinanza casalese sta cercando di costruire un nuovo spazio economico che metta in rete esperienze di gestione produttiva dei beni confiscati con attività imprenditoriali responsabili, oneste e fuori da quell’area grigia di dipendenza o collusione con i clan della malavita. Questa rete economica, che il nucleo promotore del progetto chiama “Rete di Economia Sociale RES”, ha lo scopo di diventare un vero e proprio “cartello anticamorra”: un sistema di piccole e medie imprese, unite dalla fiducia in un sistema di mercato “pulito” e onesto, che si uniscono alle cooperative sociali, distributrici di servizi alle persone senza scopo di lucro, e alle associazioni di cittadini che puntano a evidenziare le problematiche principali legate al mancato sviluppo del territorio. L’idea centrale è marchiare il nuovo circuito di beni e servizi con “l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini”. Sembra di sognare, e forse è così. Ma nel documento di presentazione del progetto spuntano fuori tre punti che illustrano chiaramente i pilastri di questo modello di welfare locale:

1) la promozione di un nuovo spazio economico attraverso un Contratto di Rete che renda sostenibile l’uso dei beni confiscati. Questo significa che ogni cooperativa o associazione che avrà in affidamento un bene non solo dovrà attrezzarsi per renderlo produttivo, ma dovrà gestirlo in cooperazione con gli altri “soci” di rete. Ad esempio, le cooperative sociali e le associazioni che distribuiscono servizi al cittadino (es. servizi socio-sanitari per disabili o persone in grave situazione di marginalità, accoglienza e ascolto per immigrati o donne vittime di violenze, sportelli e consulenze per gli imprenditori che denunciano)saranno in rete con una parte del tessuto imprenditoriale e produttivo, che fornirà alle cooperative il know-how imprenditoriale necessario,   affiancandola con una rete produttiva, commerciale e di consumo critico;

2) la creazione di un modello economico basato sulla cooperazione sociale: creare nuovi posti di lavoro, reinserire sul mercato persone svantaggiate, come disabili, immigrati, donne vittime di violenza, ragazzi senzatetto che oscillano tra le file della malavita e della droga;

3) L’ideazione di un modello “sostenibile” alternativo alla camorra e, dunque, in grado di contrastare i clan con un esempio di attrazione sociale efficiente.

Italia_mafia_confisca_vignaEcco, dunque, un esempio di come le risorse economiche e sociali “sporche” possono essere non solo ripulite e rimesse in uso, ma anche valorizzate e incrementate. Il valore aggiunto della gestione produttiva dei beni confiscati è eccezionale. Riflettendoci bene non è altro che un modello riformista che punta a distruggere gradualmente una mentalità: quella dell’assistenzialismo, che risolve i problemi prestando mera assistenza finanziaria, senza preoccuparsi di controllare la capacità di gestire autonomamente le risorse distribuite. A Casal di Principe si convive con un nuovo modo di pensare, forse non estraneo a molti, ma decisamente innovativo in un territorio in cui la camorra impone determinati freni e regole allo sviluppo imprenditoriale e sociale. Ora si cerca la sostenibilità, cioè tutto quell’iter organizzativo che serve a preparare le condizioni affinché lo sviluppo sia non solo duraturo, ma anche efficace. Per contrastare la camorra i magistrati non bastano né ci si deve fermare ai poliziotti. Puntare i riflettori e scrivere di camorra è importante. Ma la testimonianza più nobile va ricercata partendo da uno sguardo alla quotidianità del lavoro. Dalle piccole esperienze di riscatto e dai progetti un po’ azzardati, ma molto stimolanti, che, come questo, stanno prendendo forma e sostegno. Parola d’ordine: sostenibilità delle speranze e delle opportunità.

NCO – PUNTATA 2

NCO – PUNTATA 3

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Immagine di copertina tratta da: “Don Peppe Diana. Per amore del mio popolo”, autori vari, casa editrice Round Robin.

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4 thoughts on “NCO, Nuova Cronaca Organizzata (1) – Un nuovo Welfare State

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