Anthropology/Asia/Asia Centrale/Viaggio

Lettere da Samarcanda (parte 2)

di Stefano Camellini*

IMG_53555 ottobre

Eccoci di nuovo qua, dopo un Montezuma più febbre a 38 di due giorni ad inizio settimana, due black-out, svariate interruzioni dell’acqua, un rischio d’incendio e altre fantasticherie uzbeke, sono davanti al pc con una sola doccia (un secchio d’acqua fredda) sulle spalle, le scarpe e i vestiti infangati addosso e un umore non dei migliori. La malinconia che mi ha colto è solo aggravata dal fatto che alcuni miei commilitoni non fanno altro che criticare questo paese. Lo so,  è forse il paese più brutto dove si potrebbe finire; sapevo ciò che avrei trovato qua: un paese distrutto e svuotato dove si sono persi i legami umani, il vicol

o sacro con la terra. Tutto sembra scorrere nella passività, ma soffermiamoci un attimo a capire cosa ha dovuto passare questo popolo. Sono addolorato anche io a inciampare in granate nella steppa, immondezzai andati a fuoco, bambini inebetiti dallo smog che ti seguono senza energia tra le bancarelle del mercato, prodotti cinesi che sostituiscono le stoffe locali, tutto incorniciato dal sorriso del presidente che dice che tutto va per il meglio. Peccato, di nuovo ho desiderato per giorni questo momento e non mi ritrovo a far altro che ammonticchiare un po’ di pensieri sconclusionati….vabbè, parliamo d’altro. Questo week-end andremo a Bukara, un oasi del centro de paese, che pullula di turisti ai siti archeologici omonimi vecchi di millenni. Prederemo un treno e staremo là una notte.

Non riesco a staccare dal pensiero che precedentemente ha fatto irruzione sui pixel….ho comunque tanta speranza nel cuore, e in questi giorni mentre mi trovavo nella steppa alla caccia di tracce di antichi corsi d’acqua ho composto versi su questo tema…vediamo se a memoria un collage dei vari componimenti potrà essere esauriente…

15 ottobre

È arrivato l’autunno. In due giorni è scesa l’acqua di un’intera stagione: black-out a ripetizione, niente acqua né gas.

Sono passato alla scavo per completare la formazione in questo contesto, e ‘ dura (pensare che la pioggia potrebbe aver rovinato le strutture in argilla portate alla luce demolisce il morale), ma come per il cagotto che viene e che va, la terra che ha riempito le vesciche rotte dal manico di ferro del piccone, ha inspessito le mani, il cuore e la mente. Sono ovviamente successe tantissime cose in questi giorni – non ci siamo fatti nemmeno mancare la mina nello scavo che abbiamo scalzato dalla sede a colpi di cazzuola  e lanciata nella steppa. Scusa il sintetismo di questa puntata, ma sto per addormentarmi dato che tra i vari eventi di questi giorni c’è stata una notte in piedi…come preventivato il diario non riesco a tenerlo, ma ho già 863 foto scattate, penso che farò il diario su quelle….

16 ottobre

Sono ora passato allo scavo per toccare con mano tutte le problematiche del contesto. Dovremmo chiudere venerdì, ma le IMG_4707condizioni sono pessime. Il malessere è passato e ritornato e passato, ma partendo dal fatto che queste cose capitano anche sugli scavi in Italia, non ci si fa troppo caso (si mangia in condizioni igieniche non splendide). L’umore è di nuovo buono, spero che le cose anche per te procedano bene (ho un concetto allargato quindi mi basta sapere che l’umore è buono assieme alla salute) – il resto si può rimediare.

CONCLUSIONI DELL’AUTORE AL RITORNO A CASA

 L’esotismo si perde nella polvere della steppa

Nulla di quello che ci si potrebbe aspettare avviene in realtà in Uzbekistan.

In questo luogo si dipana appieno quella serie di concetti legati all’esotismo che ha portato il mio caro amico Riccardo nel suo articolo su questo blog a parlare di eterotopi virtuali e immaginari – nello spiegare cioè l’idea di esotismo non tanto legato al soggetto, ma al processo mentale che accompagna il suo viaggio. Pertanto recarsi il Uzbekistan, sperando di ritrovarsi immersi in spezie e aromi di suk usciti dalle pagine di Salgari, lo si deve invece intendere come un viaggio in cui la dimensione della scoperta ruota attorno al concetto di privazione. Non lontana da quella che potrebbe essere un istantanea scattata negli anni tra le due guerre mondiali nel vecchio continente, la vita a Samarcanda assume un andamento diagonale rispetto al progresso (o da noi pensato come tale): da una parte abbiamo la terra e i suoi prodotti – dall’altro niente.

Sopra ogni cosa, in Asia centrale ciò che più sconcerta è lo scontrarsi con  un immobilismo “indigeno” non sgradito di occhi – e sguardi per converso vivissimi – , ma che appunto urta l’osservatore occidentale.

Perché restare fermi?

Qual è il senso profondo nascosto dietro questa immobilità?

Non c’è spazio nelle nostre categorie, o meglio non siamo più alfabetizzati a tale espressione della posizione dell’uomo, per il ruolo  in genere attribuito all’oggetto materiale – quello dell’attesa. Non c’è spazio per filosofie sul senso della vita, a questa viene conferito un senso di azione e tanto basta. L’interazione è tutto quello che mi è concesso avere, da quello si partirà e su quella riverso la mia aspettativa.

Se fossimo spogliati di tutto è difficile immaginare come potremmo ottenere un risultato migliore – anche (e soprattutto) per via delle nostre “raffinate” strutture di autocritica individuale.

Per la struttura sociale Uzbeka  in un continuo meticciamento non richiesto – ma allo stesso tempo paradossalmente desiderato, dal momento che non si crede che possa peggiorare le cose – si va ad elaborare il nuovo nei termini che seguono: se non sarà adatto ci penserà l’Uzbekistan a fargli capire come stanno le cose, altrimenti – se sarà tanto più forte – si meriterà l’onore e l’onere della terra di Tamerlano.

Il presente (termine altro dal proprio io) non è che l’interpretazione mutevole del proprio passato ad opera delle variabili aspettative sul futuro.

Voi capirete che è un gioco infinito, un cane che si morde la coda: dove non si è educati all’autocritica, non si sviluppa la critica del passato e di conseguenza non si pianifica il futuro.

Non è reso possibile alle persone di ceto medio-basso fare i cosiddetto “salto”, quindi perché illudersi?

Le cose sono sempre andate così e siamo sempre stati bene, perché cambiare? Risposte facili per compensare domande a cui è troppo difficile rispondere.

Parrebbe una battaglia persa, ma non ne sono del tutto sicuro.

Tempo al tempo.

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Non c’è due senza tre 

L’apparato di tradizioni con cui si deve necessariamente interagire non è molto complesso, ma crea un onda  d’urto emotiva di forte sensibilità.

Ciò non toglie che la prima settimana vada ben spesa a controllare i primi passi un po’ forzati e artificiosi in un nuovo modo di percepire gli spazi comuni ed individuali; su cosa porre l’attenzione e dove non è necessario; cominciare a controllare lo stupore/sconcerto per le non frequenti difficoltà logistiche quotidiane.

Il volgere della seconda settimana di permanenza sulla terza risulta essere sempre più complessa. Si deve cominciare ad interagire con il mondo in cui ci si trova per mantenere la propria stabilità. Difficile però risulta praticarlo in un paese che già a partire dalla varietà alimentare ha poco da offrire. A mia sorpresa non ho mai trovato presenti nella cucina ingredienti che in genere definiamo come esotici. Al massimo un po’ di cumino nella salamoia del montone (necessario). Un’altra sorpresa è l’assenza pressoché totale del caffè e della diffusissima pratica del thè come bevanda della compagnia (seconda – bisogna precisarlo – solo alla vodka). Ripartire a lavorare la terza volta, questo porta con sé la buona  consapevolezza di ciò che ci si dovrà sopportare non per poco tempo ancora; allora ogni sobbalzo dato da una mancanza  di asfaltatura nella strada, zaffate maleodoranti dai canali a bordo della strada, l’ennesimo pranzo sotto il sole a base di pane e mortadella di montone,  tutto questo non può non cominciare a ritagliarsi  un posticino nel cuore un nuovo compagno di viaggio: lo sconforto.

Non saprei consigliare un alchimia di piccoli trucchi mentali e pratici per poter superare gli stati di difficoltà, poiché nella mia esperienza sono viziato dal fatto che sono proiettato allo studio dell’Asia centrale, quindi prima che Lei mi allontani dovrà impegnarsi per rendermi la vita impossibile. Ad ogni modo, una cosa in effetti mi ha aiutato: cercare di guardare oltre. E la steppa è maestra in questo.

Se poi si volge lo sguardo a sud di Samarcanda le cose sono più facili.

 

I tuoi occhi di lince, Asia,

spiano il mio malcontento;

offrono la tentazione della luce

al mio corpo sepolto,

il silenzio ha disseminato qualcosa

niente di più da sopportare

che il sole di mezzodì a Termez.

Memorie confuse allagano la mente

come lava incandescente sulla spiaggia

dalle mani di uno sconosciuto.

Alina Akhamatova, poetessa uzbeka  (1945)

*Stefano è studente di archeologia a Bologna ed è partito, a Settembre, per una spedizione di scavo in Uzbekistan, uno dei luoghi più remoti del Centro Asia. Questo è il suo “epistolario”, pubblicato in versione (quasi) integrale: scomodità, ma anche fascinazioni, vezzi poetici, ironia

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